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Pensieri inopportuni.
spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 10 febbraio 2010 - ore 22:36


Dopo l'ennesima telefonata avuta con una persona e poi prima ancora con un'altra e ieri addirittura un intero pomeriggio a discutere per conoscere, per poi finire di nuovo al telefono in serata, di nuovo emerge quella voglia comune a tutti gli esseri umani, me compreso, al diritto ad un po' di pace guarnita di felicità; quella capacità che non chiede sforzo, quella possibilità che accetta crepe, piccole o grandi non importa, purchè regga. Nessuna intenzione al confronto, men che mai allo scontro, soprattutto quello che porta conseguenze già note. Nessuno sforzo perchè le energie devono essere spese e alla fine, quello che si rischia è che ci si senta incredibilmente stanchi, ogni oltre ragionevole previsione. E chi è che vuole stancarsi fino a sfinirsi? chi? La risposta è: nessuno. E allora si accetta, si adatta, si forgia, si spera, si spegne tutto e si va a casa. Tutto pur di non scendere nell'arena delle umane miserie, a far valere un proprio punto di vista, un proprio essere, un proprio sentimento. Tutti da ammirare, per carità, ma tutti, irrimediabilmente, preda della stessa paura che inchioda le ossa: rimanere lì, nel pantano a tentare di tirarsi fuori col rischio che più ci si muove, più si affonda.
Mi chiedo se è da accettare il fatto di sentirsi già pronti a certi discorsi o a certe passeggiate o a certe letture. Secondo me, oltre i trentacinque, qualcosa puoi pur dire d'aver imparato; poco quanto si vuole rispetto alla mole potenziale di un'esistenza, ma pur sempre qualcosa.
Cosicchè restano strade acciottolate, vicoli stretti, macchine che smaniano per investire, nastri autostradali, bit al telefono e cerchi narrativi che si chiudono.
Potrebbe essere bello nella sua sufficienza, orrendo nella sua totalità.
Questo è uno scritto che sentenzia, come quelli che scrivevo anni fa e che facevano girare le palle a molti. Vedetelo come un omaggio al passato, come un modo per prendere distanza.
Perdonatemi, vi prego.

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