Ci siamo, finalmente. (parte settima)
E allora siamo fuori. Con il romanzo e con la testa. Siamo fuori, in libreria e su internet (http://www.altromondoeditore.com/shop/home/detail/525), ovunque ci si sbatta per trovarlo. Siamo perchè il plurale maiestatis mi è sempre piaciuto, fa pensare ad un movimento corale, non alla singola azione di un solitario disperato. Alex stavolta è fuori davvero, senza più prevendite elitarie o brevi accenni del suo genio storto. Alex è fuori a darle a tutti e a farle prendere al suo creatore che deve prendersi la responsabilità di ciò che ha scritto. Eccome se se la prende...
Mentre sto scrivendo le cose sono in divenire come non mai. A breve, non appena fissate, comunicherò le date delle presentazioni che saranno diverse in altrettante parti d'Italia. Sarà divertente, entusiasmante, poter dividere le impressioni e le sensazioni che questa storia sta suscitando.
Qualcuno già sa, qualcun'altro chiede, molti sapranno.
Il confronto è dietro l'angolo. Non ci tireremo indietro.
Tutti.


Ultimi messaggi dalla sezione PARLIAMONE


La terza via.
(Just the way I'm feeling)

spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 3 marzo 2010 - ore 23:14


Perchè ho riflettuto sulle cose da salvare in questi tempi scellerati. Non è che mi sia venuto in mente niente che non fossero i rapporti umani. L'unica, vera cosa da dare la vita pur di preservarli. Sono la cosa più preziosa. L'unica che possa permetterci di andare avanti, di sperare in qualcosa di migliore.
Sono un pessimista di natura, lo sono sempre stato. Da quando, da piccolo, viaggiando in macchina coi miei, rigorosamente in piedi da dietro tra i due sediolini, fantasticavo sull'andare dritto a una curva dell'autostrada e volare di sotto al cavalcavia con l'auto piena di tutta la mia famiglia, me compreso. Eppure, a questa stramberia infantile, oggi ribatto con racconti e storie di violenza estrema come pure lancio a me stesso una visione positiva che è tutto dire. La lancio proprio attraverso queste righe: il pensiero delle persone con cui scambio attimi della mia vita durante la giornata. Amori, amicizie, rapporti professionali, conoscenze tangenziali e divine invocazioni; tutto quello che fa di me una persona migliore nella compenetrazione dell'altro. Ogni volta che allungo una mano per stabilire un contatto, accarezzare, stringere o anche dare uno schiaffo, lo faccio con profondità, cerco di andare a fondo al gesto, perchè niente può ripagarmi più di un ponte tra due corpi, su cui far transitare anime e sogni e illusioni.
Così, fantastico sul fatto che esista una terza via, quella tra l'amore e l'odio, che non ha nome ma solo sostanza. Che si manifesta solo in mezzo a quei due estremi, quando l'equilibrio è perfetto e tutto resta intatto ad oscillare. Mentre mi stupisco di poter rompere qualcosa alle volte, più forte è la voglia di rimettere insieme i lembi. Qualcuno ha detto che su questa terra le cose si possono risolvere o giù di lì. Ci credo, davvero.
Questo scritto è dedicato a tutti quelli cui voglio bene, in special modo due persone a me care, pezzi della mia carne, che stanno attraversando un momento difficile e che vorrei sollevare da ogni fatica con la forza di un solo lato del mio cuore.
I Feeder sono dietro di me, non può andare tutto così male, impossibile dico io.
In fondo è solo il modo in cui sto provando qualcosa.

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Con la faccia contro la pioggia (parte II).
spedito da: Andrea
Data: sabato, 13 febbraio 2010 - ore 16:48



Stamattina mi sono recato a pagare dei documenti, poi sono tornato a casa e sono sceso in garage; dopodichè ho fatto una telefonata e sono uscito di nuovo per andare da un meccanico.
Commissioni qualunque, se non fosse che sono tutte concatenate da un unico scopo. E, chiuso questo filone, si passa alla fase successiva. Ho avuto un sussulto, come hai vecchi tempi. Che bello sentirsi nostalgici e provare l'emozione lunga del ricordo che ha tutte le potenzialità per uscire dalla dimensione passata e ritornare, ai giorni nostri, per vestirsi di presente e regalare ancora gloria.
Signori, questo è un altro passo. Ne seguiranno altri. La strada è segnata ed io ho intenzione di andare fino in fondo.
Anche se oggi non piove e la giornata è molto gradevole, alzo comunque gli occhi al cielo perchè è lì che voglio guardare tra qualche mese, ricordando queste battute di tastiere e le emozioni che per ora posso solo ricordare-immaginare.

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Pensieri inopportuni.
spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 10 febbraio 2010 - ore 22:36


Dopo l'ennesima telefonata avuta con una persona e poi prima ancora con un'altra e ieri addirittura un intero pomeriggio a discutere per conoscere, per poi finire di nuovo al telefono in serata, di nuovo emerge quella voglia comune a tutti gli esseri umani, me compreso, al diritto ad un po' di pace guarnita di felicità; quella capacità che non chiede sforzo, quella possibilità che accetta crepe, piccole o grandi non importa, purchè regga. Nessuna intenzione al confronto, men che mai allo scontro, soprattutto quello che porta conseguenze già note. Nessuno sforzo perchè le energie devono essere spese e alla fine, quello che si rischia è che ci si senta incredibilmente stanchi, ogni oltre ragionevole previsione. E chi è che vuole stancarsi fino a sfinirsi? chi? La risposta è: nessuno. E allora si accetta, si adatta, si forgia, si spera, si spegne tutto e si va a casa. Tutto pur di non scendere nell'arena delle umane miserie, a far valere un proprio punto di vista, un proprio essere, un proprio sentimento. Tutti da ammirare, per carità, ma tutti, irrimediabilmente, preda della stessa paura che inchioda le ossa: rimanere lì, nel pantano a tentare di tirarsi fuori col rischio che più ci si muove, più si affonda.
Mi chiedo se è da accettare il fatto di sentirsi già pronti a certi discorsi o a certe passeggiate o a certe letture. Secondo me, oltre i trentacinque, qualcosa puoi pur dire d'aver imparato; poco quanto si vuole rispetto alla mole potenziale di un'esistenza, ma pur sempre qualcosa.
Cosicchè restano strade acciottolate, vicoli stretti, macchine che smaniano per investire, nastri autostradali, bit al telefono e cerchi narrativi che si chiudono.
Potrebbe essere bello nella sua sufficienza, orrendo nella sua totalità.
Questo è uno scritto che sentenzia, come quelli che scrivevo anni fa e che facevano girare le palle a molti. Vedetelo come un omaggio al passato, come un modo per prendere distanza.
Perdonatemi, vi prego.

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Esperimento su sonata al chiaro di luna.
spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 3 febbraio 2010 - ore 23:56



Non c'era niente di sbagliato in quel viale. Nè il fatto che piovesse, lento e costante e sottile, nè le foglie marce e incollate al selciato, nè il vento che smuoveva i rami dei platani intorno a me e lungo il marciapiede.
L'errore, se mai di errore si poteva parlare, era dentro di me, dentro quest'uomo dai capelli svolazzanti e la barba rada su un volto smunto e tirato, senza un senso apparente in tasca, nè una vista lunga oltre l'orizzonte. Avevo solo la percezione della linea della strada che curvava in fondo e portava chissà dove.
C'era lei, il suo attendere disarmante e annunciato, fiera e composta, fragile e commossa. Lì, in piedi sul limitare di un arrivederci che proprio non aveva il coraggio di diventare un addio. Perchè il senso di irreversibilità non lo dava neanche il passare delle stagioni e le condizioni atmosferiche del momento.
La distanza era tale da riempire lo spazio con tutti i nostri pensieri, le promesse fatte a fatica, sincere ma enormi per i nostri cuori giovani. E così ad un tratto c'era di tutto là fuori, a bagnarsi con le gocce di pioggia. Lacrime non ce n'erano perchè si piangeva dentro, cercando di capire le ragioni di quel momento; ragioni inutili, nella genesi e nello scopo. Semplicemente la fede nello scorrere del tempo e delle vite e un enorme drappo di malinconia su tutto ciò che eravamo stati e che eravamo in quel momento.
Tutta l'oscurità della notte, le braccia conserte, il passo svelto e il capo chino, i sospiri dietro un vetro, l'angoscia del volo libero e gli artigli della consapevolezza del momento piantati dentro, in profondità nelle carni, fino a raggiungere il cuore.
A lacerarlo quel tantino da lasciarci la ferita che cicatrizzerà con esasperante lentezza.
Da qualche parte, pensai alzando gli occhi al cielo carico di scuro, ci sarà un sorriso che restituirà armonia. E lei era ancora là, in fondo a tutto, fiera e composta, fragile e commossa.

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Esercizio #5
spedito da: Andrea
Data: lunedì, 1 febbraio 2010 - ore 21:53



“Ehi Andrea” fece mia madre accovacciandosi per parlarmi meglio. Lo faceva sempre quando la cosa era solenne. Io avevo sei anni e lo capivo già.
“Questa’anno andiamo una settimana al mare, io, tu, papà e la sorellina” mi disse entusiasta. Era la prima volta per me. Io esplosi di gioia proiettandomi di botto dai muri della mia stanza alla spiaggia, il mare, i secchielli e tutto il resto. Non stavo più nella pelle e così stetti per i due mesi che mi separarono dalla partenza. Fu tutto magico fino al primo giorno, quello dove il papà mi portò dove il pedalò lontano dalla riva.
“Guarda Andrea” disse un attimo prima di lanciarsi come un Dio greco nell’acqua e scomparire di botto. Fui assalito dal panico. Dov’era finito? Perché d’un tratto stare così lontano dalla spiaggia mi terrorizzava? Quel tappeto blu era un nemico all’improvviso. Poi mio padre emerse ridendo e mi fece cenno di buttarmi. Non mi ero ancora lanciato dove non toccavo. Lo guardai, per attimi interminabili, mentre il sole bruciava e la tavola era una tavola d’azzurro e mio padre sorrideva paziente e mi diceva “dai su” facendomi segno con la mano di non aver paura. E poi chiusi gli occhi e saltai. E fu come l’abbraccio di una persona fidata, come il calore e l’affetto che ti dà un amico. Mai più mi spaventò il mare, mai più, fu solo quell’attimo di iniziazione. L’ho avuto complice quando persi la verginità con Silvia sulla spiaggia di Cirò, coperti solo dalle stelle; l’ho avuto contro quando si prese Gigi, troppo sicuro di se, a discapito dei suoi diciotto anni, in un agosto di tanti anni fa col cielo color lavagna. Mi ha portato da una parte all’altra, quella distesa d’acqua salata. Ma non mi ha mai tradito. Ha sempre fatto quello che doveva, secondo la sua natura. Anche oggi che tiro su l’ennesima rete poco a largo da questo lembo di terra salentina, con mia moglie che mi aspetta a casa e le giornate che si allungano di nuovo.

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A un certo punto.
spedito da: Andrea
Data: sabato, 30 gennaio 2010 - ore 14:40


Tornavo da fare la spesa, gesto semplice, terapeutico.
Un attimo prima di mettere la freccia per entrare nella strada dove abito.
Istintivamente cambio stazione alla radio. Metto Virgin Radio, c'è Just Breathe con il buon Eddie che fa il fingerpicking alla chitarra e mi strappa un sussulto, per vari ragionamenti che vado facendo ultimamente sulle strategie comunicative che passano attraverso linguaggi alternativi ai dialoghi in presa diretta tra esseri umani che hanno qualcosa da recriminarsi.
Guardo alla destra e c'è questa scena fantastica: una mamma con tratti latinoamericani che inizia a correre tenendo per mano quella che (probabilmente) è sua figlia. Ridono entrambe e la bambina ha la treccia, di quelle fatte con cura, pazienza e dedizione che solo l'amore materno può produrre. E quella treccia dondola da una parte all'altra mentre corrono in questo secco pomeriggio di un sabato qualunque di una vita eccezionalmente qualunque, lenta e fluida, onesta.
Io svolto e mi immetto nella mia strada con un sorriso ebete stampato in faccia, pensando a come i sentimenti amorosi siano balsamo e veleno allo stesso tempo, lenitivi e corrosivi senza vie di mezzo. E, non chiedetemi il motivo, ma ho fatto questo collegamento. Come una colomba che si libra in volo nel cielo azzurro, nel solo fruscio delle ali che sbattono e un perfetto silenzio intorno. Un attimo prima che una bomba esploda nel fragore più totale.
E il buon Eddie andava ancora che era un piacere. E questo deve far riflettere, chissà perchè poi.

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Esercizio#4 - Mi ricordo l’odore d’urina in un vicolo.
spedito da: Andrea
Data: venerdì, 29 gennaio 2010 - ore 0:23


Ho fatto merenda con foga; gli altri mi stavano aspettando, lo sapevo. Mi madre mi ha guardato a braccia conserte fino a che non ho ingoiato tutto il frullato.
“Stai attento con quel muro, lo so che vi arrampicate sai?” ha detto mentre la salutavo e uscivo di casa tutto eccitato. Il caldo estivo del tardo pomeriggio mi ha avvolto di colpo una volta fuori dal portone fresco e in ombra.
Siamo tutti lì. Luigi e Stefano hanno le spade di legno fatte con le assi delle cassette della frutta e ce l’ho pure io. Nunzia e Laura sono le principesse da salvare.
“Fate il giro e andate su” dico loro indicando la sommità del muro in fondo al vicolo, dove c’è l’aiuola e dove loro si faranno salvare.
“Luigi” dico al mio amico, “tu fai il cattivo oggi e vai su anche tu, io e Stefano verremo a combattere per le principesse”.
Questo è il nostro gioco ed è bellissimo; ho la gola secca e il cuore che sbatte in petto. Vedo il labirinto che fanno le auto e i bidoni dell’immondizia e i muretti di contenimento del terrapieno. Luigi, Nunzia e Laura sono già andati a posizionarsi. Io guardo Stefano, gli dico:”pronto?” e lui annuisce con forza, già sudato per l’emozione e per il fatto di essere con me in questo viaggio fantastico.
“Andiamo” dico lanciandomi in mezzo alle auto. Corriamo e gridiamo cose come “dobbiamo attraversare il labirinto magico e poi superare la porta dei mondi” e anche “se incontri i draghi sputa fuoco li infilziamo con le nostre spade!”. Cose così, da bambini. Poi d’un tratto arriviamo davanti al vicolo e faccio segno a Stefano di acquattarsi. Ci sono due ragazzi grandi, uno maschio e uno femmina che ridacchiano e fanno “ssss” entrando nel vicolo di corsa tenendosi per mano. Il vicolo è cieco ed ha un muro in fondo fatto di mattoni forati; e lì che ci si arrampica per raggiungere le principesse.
Io e Stefano ci avviciniamo per guardare; mi giro facendogli segno di stare zitto. Dopodichè ci affacciamo. La puzza acida di pipì ci investe immediatamente. La ragazza è con la faccia al muro mentre il ragazzo la sta spingendo da dietro con colpi precisi, rozzi e senza dolcezza. Hanno i pantaloncini alle caviglie e noi stiamo lì a guardarli per minuti prima che i due se ne vadano mentre io resto stranito per quello che ho visto. “Non capisco” penso mentre scalo il muro di mattoni; guardo giù e vedo le macchie d’urina contro il muro, bucce di banane nere su latte di coca cola ammaccate. Stefano mi guarda e dice:”vai su dai!” mentre io infilo le dita nei buchi di cemento grezzo graffiandomi. Pesto un ragno con un indice, un altro scappa lungo una ragnatela mentre il sudore cola sulle tempie e sulla schiena.
“E’ sbagliato” sussurro col cuore a mille ripensando a quello che ho visto. “E’sbagliato” ripeto col tanfo di pipì reso insopportabile dal calore. E d’un tratto sono su con Luigi che, gridando, parte all’attacco.
“Mamma mi picchia se lo sa” realizzo di colpo anche se non avrei da temere nulla. Io non ho fatto niente.
E parto all’attacco anch’io ma non più così felice come qualche minuto prima.

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Quest’opera di De Silva, in mezzo ad un produzione variegata e che ha visto pezzi migliori, si incastra nel filone decadente del racconto moderno senza aria, qu[...]


Emiliano Amato è un giovane autore alla opera prima. Le atmosfere che si ritrovano in questo romanzo sono molto cinematografiche. Si respira l’aria che si deve;[...]

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Notizie Sparse dalla sezione TRACCE


Data: martedì, 16 febbraio 2010 - ore 10:19
Presentazione di Senza Fine, 20 febbraio Bologna.


Data: lunedì, 18 gennaio 2010 - ore 18:52
Presentazione di Senza Fine, 23 gennaio Benevento.


Data: domenica, 10 gennaio 2010 - ore 9:57
"Senza Fine", due chiacchiere sul palco.
14 gennaio 2010 Milano.


Data: lunedì, 21 dicembre 2009 - ore 7:38
Presentazione di Senza Fine, 27 dicembre2009 Salerno.

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