Ci siamo, finalmente. (parte settima)
E allora siamo fuori. Con il romanzo e con la testa. Siamo fuori, in libreria e su internet (http://www.altromondoeditore.com/shop/home/detail/525), ovunque ci si sbatta per trovarlo. Siamo perchè il plurale maiestatis mi è sempre piaciuto, fa pensare ad un movimento corale, non alla singola azione di un solitario disperato. Alex stavolta è fuori davvero, senza più prevendite elitarie o brevi accenni del suo genio storto. Alex è fuori a darle a tutti e a farle prendere al suo creatore che deve prendersi la responsabilità di ciò che ha scritto. Eccome se se la prende...
Mentre sto scrivendo le cose sono in divenire come non mai. A breve, non appena fissate, comunicherò le date delle presentazioni che saranno diverse in altrettante parti d'Italia. Sarà divertente, entusiasmante, poter dividere le impressioni e le sensazioni che questa storia sta suscitando.
Qualcuno già sa, qualcun'altro chiede, molti sapranno.
Il confronto è dietro l'angolo. Non ci tireremo indietro.
Tutti.


Ultimi messaggi dalla sezione PARLIAMONE


Esperimento su sonata al chiaro di luna.
spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 3 febbraio 2010 - ore 23:56



Non c'era niente di sbagliato in quel viale. Nè il fatto che piovesse, lento e costante e sottile, nè le foglie marce e incollate al selciato, nè il vento che smuoveva i rami dei platani intorno a me e lungo il marciapiede.
L'errore, se mai di errore si poteva parlare, era dentro di me, dentro quest'uomo dai capelli svolazzanti e la barba rada su un volto smunto e tirato, senza un senso apparente in tasca, nè una vista lunga oltre l'orizzonte. Avevo solo la percezione della linea della strada che curvava in fondo e portava chissà dove.
C'era lei, il suo attendere disarmante e annunciato, fiera e composta, fragile e commossa. Lì, in piedi sul limitare di un arrivederci che proprio non aveva il coraggio di diventare un addio. Perchè il senso di irreversibilità non lo dava neanche il passare delle stagioni e le condizioni atmosferiche del momento.
La distanza era tale da riempire lo spazio con tutti i nostri pensieri, le promesse fatte a fatica, sincere ma enormi per i nostri cuori giovani. E così ad un tratto c'era di tutto là fuori, a bagnarsi con le gocce di pioggia. Lacrime non ce n'erano perchè si piangeva dentro, cercando di capire le ragioni di quel momento; ragioni inutili, nella genesi e nello scopo. Semplicemente la fede nello scorrere del tempo e delle vite e un enorme drappo di malinconia su tutto ciò che eravamo stati e che eravamo in quel momento.
Tutta l'oscurità della notte, le braccia conserte, il passo svelto e il capo chino, i sospiri dietro un vetro, l'angoscia del volo libero e gli artigli della consapevolezza del momento piantati dentro, in profondità nelle carni, fino a raggiungere il cuore.
A lacerarlo quel tantino da lasciarci la ferita che cicatrizzerà con esasperante lentezza.
Da qualche parte, pensai alzando gli occhi al cielo carico di scuro, ci sarà un sorriso che restituirà armonia. E lei era ancora là, in fondo a tutto, fiera e composta, fragile e commossa.

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Esercizio #5
spedito da: Andrea
Data: lunedì, 1 febbraio 2010 - ore 21:53



“Ehi Andrea” fece mia madre accovacciandosi per parlarmi meglio. Lo faceva sempre quando la cosa era solenne. Io avevo sei anni e lo capivo già.
“Questa’anno andiamo una settimana al mare, io, tu, papà e la sorellina” mi disse entusiasta. Era la prima volta per me. Io esplosi di gioia proiettandomi di botto dai muri della mia stanza alla spiaggia, il mare, i secchielli e tutto il resto. Non stavo più nella pelle e così stetti per i due mesi che mi separarono dalla partenza. Fu tutto magico fino al primo giorno, quello dove il papà mi portò dove il pedalò lontano dalla riva.
“Guarda Andrea” disse un attimo prima di lanciarsi come un Dio greco nell’acqua e scomparire di botto. Fui assalito dal panico. Dov’era finito? Perché d’un tratto stare così lontano dalla spiaggia mi terrorizzava? Quel tappeto blu era un nemico all’improvviso. Poi mio padre emerse ridendo e mi fece cenno di buttarmi. Non mi ero ancora lanciato dove non toccavo. Lo guardai, per attimi interminabili, mentre il sole bruciava e la tavola era una tavola d’azzurro e mio padre sorrideva paziente e mi diceva “dai su” facendomi segno con la mano di non aver paura. E poi chiusi gli occhi e saltai. E fu come l’abbraccio di una persona fidata, come il calore e l’affetto che ti dà un amico. Mai più mi spaventò il mare, mai più, fu solo quell’attimo di iniziazione. L’ho avuto complice quando persi la verginità con Silvia sulla spiaggia di Cirò, coperti solo dalle stelle; l’ho avuto contro quando si prese Gigi, troppo sicuro di se, a discapito dei suoi diciotto anni, in un agosto di tanti anni fa col cielo color lavagna. Mi ha portato da una parte all’altra, quella distesa d’acqua salata. Ma non mi ha mai tradito. Ha sempre fatto quello che doveva, secondo la sua natura. Anche oggi che tiro su l’ennesima rete poco a largo da questo lembo di terra salentina, con mia moglie che mi aspetta a casa e le giornate che si allungano di nuovo.

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A un certo punto.
spedito da: Andrea
Data: sabato, 30 gennaio 2010 - ore 14:40


Tornavo da fare la spesa, gesto semplice, terapeutico.
Un attimo prima di mettere la freccia per entrare nella strada dove abito.
Istintivamente cambio stazione alla radio. Metto Virgin Radio, c'è Just Breathe con il buon Eddie che fa il fingerpicking alla chitarra e mi strappa un sussulto, per vari ragionamenti che vado facendo ultimamente sulle strategie comunicative che passano attraverso linguaggi alternativi ai dialoghi in presa diretta tra esseri umani che hanno qualcosa da recriminarsi.
Guardo alla destra e c'è questa scena fantastica: una mamma con tratti latinoamericani che inizia a correre tenendo per mano quella che (probabilmente) è sua figlia. Ridono entrambe e la bambina ha la treccia, di quelle fatte con cura, pazienza e dedizione che solo l'amore materno può produrre. E quella treccia dondola da una parte all'altra mentre corrono in questo secco pomeriggio di un sabato qualunque di una vita eccezionalmente qualunque, lenta e fluida, onesta.
Io svolto e mi immetto nella mia strada con un sorriso ebete stampato in faccia, pensando a come i sentimenti amorosi siano balsamo e veleno allo stesso tempo, lenitivi e corrosivi senza vie di mezzo. E, non chiedetemi il motivo, ma ho fatto questo collegamento. Come una colomba che si libra in volo nel cielo azzurro, nel solo fruscio delle ali che sbattono e un perfetto silenzio intorno. Un attimo prima che una bomba esploda nel fragore più totale.
E il buon Eddie andava ancora che era un piacere. E questo deve far riflettere, chissà perchè poi.

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Esercizio#4 - Mi ricordo l’odore d’urina in un vicolo.
spedito da: Andrea
Data: venerdì, 29 gennaio 2010 - ore 0:23


Ho fatto merenda con foga; gli altri mi stavano aspettando, lo sapevo. Mi madre mi ha guardato a braccia conserte fino a che non ho ingoiato tutto il frullato.
“Stai attento con quel muro, lo so che vi arrampicate sai?” ha detto mentre la salutavo e uscivo di casa tutto eccitato. Il caldo estivo del tardo pomeriggio mi ha avvolto di colpo una volta fuori dal portone fresco e in ombra.
Siamo tutti lì. Luigi e Stefano hanno le spade di legno fatte con le assi delle cassette della frutta e ce l’ho pure io. Nunzia e Laura sono le principesse da salvare.
“Fate il giro e andate su” dico loro indicando la sommità del muro in fondo al vicolo, dove c’è l’aiuola e dove loro si faranno salvare.
“Luigi” dico al mio amico, “tu fai il cattivo oggi e vai su anche tu, io e Stefano verremo a combattere per le principesse”.
Questo è il nostro gioco ed è bellissimo; ho la gola secca e il cuore che sbatte in petto. Vedo il labirinto che fanno le auto e i bidoni dell’immondizia e i muretti di contenimento del terrapieno. Luigi, Nunzia e Laura sono già andati a posizionarsi. Io guardo Stefano, gli dico:”pronto?” e lui annuisce con forza, già sudato per l’emozione e per il fatto di essere con me in questo viaggio fantastico.
“Andiamo” dico lanciandomi in mezzo alle auto. Corriamo e gridiamo cose come “dobbiamo attraversare il labirinto magico e poi superare la porta dei mondi” e anche “se incontri i draghi sputa fuoco li infilziamo con le nostre spade!”. Cose così, da bambini. Poi d’un tratto arriviamo davanti al vicolo e faccio segno a Stefano di acquattarsi. Ci sono due ragazzi grandi, uno maschio e uno femmina che ridacchiano e fanno “ssss” entrando nel vicolo di corsa tenendosi per mano. Il vicolo è cieco ed ha un muro in fondo fatto di mattoni forati; e lì che ci si arrampica per raggiungere le principesse.
Io e Stefano ci avviciniamo per guardare; mi giro facendogli segno di stare zitto. Dopodichè ci affacciamo. La puzza acida di pipì ci investe immediatamente. La ragazza è con la faccia al muro mentre il ragazzo la sta spingendo da dietro con colpi precisi, rozzi e senza dolcezza. Hanno i pantaloncini alle caviglie e noi stiamo lì a guardarli per minuti prima che i due se ne vadano mentre io resto stranito per quello che ho visto. “Non capisco” penso mentre scalo il muro di mattoni; guardo giù e vedo le macchie d’urina contro il muro, bucce di banane nere su latte di coca cola ammaccate. Stefano mi guarda e dice:”vai su dai!” mentre io infilo le dita nei buchi di cemento grezzo graffiandomi. Pesto un ragno con un indice, un altro scappa lungo una ragnatela mentre il sudore cola sulle tempie e sulla schiena.
“E’ sbagliato” sussurro col cuore a mille ripensando a quello che ho visto. “E’sbagliato” ripeto col tanfo di pipì reso insopportabile dal calore. E d’un tratto sono su con Luigi che, gridando, parte all’attacco.
“Mamma mi picchia se lo sa” realizzo di colpo anche se non avrei da temere nulla. Io non ho fatto niente.
E parto all’attacco anch’io ma non più così felice come qualche minuto prima.

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Esercizio#2: Mi ricordo.
spedito da: Andrea
Data: martedì, 26 gennaio 2010 - ore 20:29


Mi ricordo il vento d’estate di notte sulla sommità di una torre.
Mi ricordo la paglia pungere le gambe.
Mi ricordo l’odore d’urina in un vicolo.
Mi ricordo le unghie di un gatto nella schiena.
Mi ricordo il primo contatto di labbra.
Mi ricordo la paura cristallina.
Mi ricordo una gioia incondizionata da una stringa di bit.
Mi ricordo il sudore e la pioggia.
Mi ricordo la condensa sui vetri della cucina.
Mi ricordo una scarpa slacciata.
Mi ricordo un fazzoletto di mia madre.
Mi ricordo il muro ruvido di un cimitero.
Mi ricordo un pianto che non potevo fermare e una mano che tentava conforto.
Mi ricordo il cuore che accelera sul crinale di una collina.
Mi ricordo la prima telefonata in inglese.
Mi ricordo la mia prima bicicletta volare oltre un masso.
Mi ricordo un gesto atletico condiviso magnificamente.
Mi ricordo il primo scritto.
Mi ricordo di un uomo a bordo strada con una cartella sottobraccio.

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Esercizio#1: Ho da dire.
spedito da: Andrea
Data: giovedì, 21 gennaio 2010 - ore 22:30


Ho da dire di un padre che diventa figlio e di un figlio che diventa padre.
Ho da dire di donne che insegnano l’amore e di uomini che non vogliono imparare.
Ho da dire degli stick agli ormoni per gonfiare le labbra.
Ho da dire di una madre che pulisce il moccolo del figlio.
Ho da dire di uno sguardo su una pista d’aereo un attimo prima del decollo.
Ho da dire della perfezione abulica di un nudo di donna.
Ho da dire di un bar squallido su un’altrettanto squallida provinciale.
Ho da dire di un ragazzo sfregiato troppo presto.
Ho da dire dell’avidità umana che tutto travolge e tutto giustifica.
Ho da dire dell’immagine e del concetto astratto al servizio del commercio.
Ho da dire di una semiautomatica usata nella mia città.
Ho da dire dei segreti e del “servizio” per gestirli al meglio.
Ho da dire di un androne del Vomero a Napoli.
Ho da dire del liberatorio senso della violenza.
Ho da dire di un uomo di colore che fuma crack sotto una quercia.
Ho da dire di montagne di frutta da smaltire.
Ho da dire dei pensieri un attimo prima della fine.
Ho da dire di una riconoscenza negata.
Ho da dire di un sistema matematico governato da equazioni non lineari.
Ho da dire dell’effetto farfalla.
Ho da dire di chi dice troppo.

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Senza Fine
spedito da: Franco
Data: giovedì, 14 gennaio 2010 - ore 14:26


All’altezza della morte dal punto di vista estetico, seminare in fertili terreni alterati.
Asimmetria dello sviluppo dell’apprendimento.
Malaffare, malasanità e malatutto.
Cervellone con possibilità di utilizzi alternativi, abbraccio corrotto della notte delirante e lento rimbalzo delle conseguenze.
Risoluzioni estreme della memoria, faccia grezza di faccia più raffinata.
Il diavolo sa tutto, prima di tutti.
Oltrepassare l’inerzia da transitorio. Qual è lo scopo della tua vita?

Parole e frasi, liberamente estratte e interpretate, da un romanzo notevole per forma e per sostanza.
In molte pagine si percepisce una considerevole ideazione espressiva, in diversi argomenti si avverte preparazione specifica e proprietà di linguaggio.
Capacità di osservazione, ricerca e studio delle materie narrate. Intersezione e contrasto, senza incontro, tra maquillage della madre, malattia del figlio e affari paterni.
Alcune situazioni volutamente forzate, con inverosimili connessioni e fattori irrazionali.

Scandinavia, 4 gennaio 2010.

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Volo è rimasto tale. Sebbene la quota sia un tantinello più bassa de Il giorno in più, il Fabione nazionale, genio poliedrico ormai riconosciuto, tiene i[...]


Welsh tiene botta. Crime è una storia un po’ diversa dal solito “scozzese”. Sposta il raggio d’azione in Usa ma si tiene legato alla terra d’origine tant[...]

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Notizie Sparse dalla sezione TRACCE


Data: lunedì, 18 gennaio 2010 - ore 18:52
Presentazione di Senza Fine, 23 gennaio Benevento.


Data: domenica, 10 gennaio 2010 - ore 9:57
"Senza Fine", due chiacchiere sul palco.
14 gennaio 2010 Milano.


Data: lunedì, 21 dicembre 2009 - ore 7:38
Presentazione di Senza Fine, 27 dicembre2009 Salerno.


Data: mercoledì, 9 dicembre 2009 - ore 13:34
Presentazione di Senza Fine, 16 dicembre2009 Roma.

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