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Ci siamo, finalmente. (parte diciannovesima - 22maggio2015)
Sono passati un pò di mesi, pure troppi direi per un nuovo redazionale ma qua il tempo è sempre più scarso. Dunque si appropinqua il prossimo passaggio, stavolta in piena Asia, perchè questo continente ancora non mi aveva visto protagonista (guarda ONAir). Per il resto è tutto un prepararsi all'evento e con un occhio alle mappe ed uno alla vita "reale" che si fa sempre più imperscrutabile. Io cerco di fare del mio meglio ma pare che la cosa sia più difficile del previsto. In ogni modo, forse, anche questo spazio potrebbe subire dei cambiamenti. Ci sto lavorando ma con scarsi progressi. Prima o poi ci arriverò.
Nel frattempo, state sintonizzati. Vi voglio bene.


Ultimi messaggi dalla sezione PARLIAMONE

Una panchina, a Napoli, una sera.
spedito da: Andrea
Data: sabato, 30 novembre 2019 - ore 19:52


Non sono avvezzo ai miti. Mi capita raramente di avere qualcuno o qualcosa a cui tendere in un qualche lato della sua sostanza; sono stato immune all'idolatria adolescenziale verso una qualche rockstar o un campione sportivo, insomma, nessun riferimento salvifico.
Ma il punto è che esistono anche le leggende, alle volte, e qui la faccenda cambia radicalmente. Queste ultime partono dalla realtà, ammantandosi di fantastico nell'approccio che ognuno di noi persegue verso quel nocciolo di essenza per farne propria strada da seguire, se non altro a cui rivolgersi quando l'incedere si fa greve. Io ne ho una su tutte, che parte da lontano, su una lastra di marmo scadente fatta panchina, in una strada trafficata del quartiere di Fuorigrotta, Napoli, in una serata tardo primaverile dal clima mite, con la luce itterica dei lampioni al sodio a rischiarare la scena; un occhio di bue sul nostro personalissimo palcoscenico. L'avevo conosciuto ad una festa, una delle tante che si tenevano regolarmente ora a casa di uno, ora a casa di un altro. Un gigante buono, subito m'era parso; simpatico, amico di tutti, maestoso, un catalizzatore insomma. Io volevo entrare in quella aura, volevo essere parte della "squadra", essere uno dei loro, appresso quel capitano nato, trascinatore vulcanico di noialtri giovani studenti nel pieno del caos della formazione. Ed era andata così, ero stato accettato nel gruppo e mi ero saldato a quel plotone di ragazzi che sarebbero stati gli uomini di un domani incerto.
Su quella panchina c’eravamo ritrovati per caso, dopo ormai un anno di amicizia e di discorsi densi e di esperienze. Ed anche quella volta era parlare, la cosa che ci teneva seduti su quella panchina, a tardare senza una reale fretta che ci spingesse a tornare a casa. C’era una catarsi potentissima in quel confronto, la convinzione inspiegabile che tutto ci fosse chiaro e che avremmo esattamente fatto quello che era giusto fare, nonostante nessuno dei due avesse la più pallida idea di cosa fosse “giusto”. Eppure funzionava, il confronto, il più delle volte centrato sugli universi emozionali che mettevamo rispettivamente in disperati afflati sentimentali nelle mani di donne che avrebbero, inevitabilmente, amato altri. Ma quella sera, quella luce, quell’aria, testimoniarono il momento più sublime della nostra formazione di uomini, il punto forse più vicino alla comprensione delle nostre vite, di quelli che sarebbero stati gli anni a venire. Eravamo come soldati in guerra, ma senza il fragore delle armi, nè l’angoscia della morte: i nostri nemici, se di nemici si poteva parlare, saremmo stati solo e soltanto noi stessi.
Oggi, in questi tempi ovattati, dopo più di vent’anni da quella sera, da quella panchina, constato duramente di rivedere troppo di rado quell’uomo, immutato nella sua maestosità, consegnato definitivamente alle severità del tempo, come tutte le leggende che si rispettino; divenuto serioso nell’incidere, talvolta anche nel parlare, me lo ritrovo davanti ad una birra di questo anonimo centro commerciale di Bologna, dove abbiamo ritagliato del tempo prezioso dalle nostre indecifrabili ansie lavorative pur di marcare il tempo, di dirci ancora che ci siamo, che il presente non aderisce propriamente a quei piani fatti su quella panchina e che ciò nonostante siamo fieri di poter ancora trarre potenza dai nostri confronti. Le pause tra noi si sono dilatate negli anni, oggi fattesi densi silenzi che valgono più di mille concetti. Ma ci siamo ancora e sappiamo bene a cosa ci riferiamo quando parliamo, non l’abbiamo mai dimenticato.
Come un riferimento per migliorarsi, un faro sul punto più alto di una scogliera mentre le navi sono in ambasce, il nord della bussola.
Una leggenda, appunto e ognuno di noi dovrebbe averne una così.
Un amico così.
Dedicato a Gennaro Capone

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Sussurrare.
spedito da: Andrea
Data: giovedì, 14 novembre 2019 - ore 21:21


-Sussurri ancora nei ristoranti?
-Come sarebbe a dire?
-Hai capito bene...
-Mmh...lo faccio solo in quelli delle città di provincia.
-Dunque non sei cambiato affatto.
-E perché, avrei dovuto?
-Non sta a me dirlo. Solo me lo faresti un piacere?
-Se posso...
-Va’ a mangiare da qualche parte e parla a voce alta, vedrai che ti farà bene.
-Ok, se lo dici tu...

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Radan.
spedito da: Andrea
Data: giovedì, 7 novembre 2019 - ore 22:19


[...]
Sai cosa Alfred? Entrare d’improvviso nella vita di qualcuno, con o senza delicatezza non importa, è come ritrovarsi nel bel mezzo di un campo di battaglia, non so, mi vengono in mente la Somme o il fronte italiano, una roba così. E mentre stai ancora capendo come tu ci sia capitato in mezzo a quel conflitto, ti centra in pieno una pallottola sparata da un soldato che combatte una guerra che non ti appartiene. E tu ci crepi su quel campo, incredulo, perchè non era questo ciò che stavi cercando quando ti ci sei trovato sopra. Questo vuol dire interagire con gli altri, entrare in un conflitto anche se non era un’opzione minimamente contemplata. Ed è quello che ho fatto con Silviya, entrare così, senza avvertire, nella sua vita, delicato per carità ma senza essere neanche riuscito a sopravvivere quel tanto che bastava per darle spiegazioni, non me ne ha dato il tempo. D’altronde Maclaren, maledetto scozzese, che Dio l’abbia in gloria, l’aveva già detto che bisogna essere gentili con chi si incontra perchè quest’ultima sarà sicuramente impegnata in una qualche battaglia di cui non si sa niente. Proprio come ti ho scritto io Alfred, esattamente come ti ho scritto io.
Dimmi di te, non mi hai ancora risposto ed io ti ho ancora una volta preceduto.
Ti abbraccio.
R.T.

Radan Teotgaldreu, “Lettere del periodo praghese”.

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Cit.
spedito da: Andrea
Data: martedì, 29 ottobre 2019 - ore 21:5


[...]
Il miglior favore che ci si può fare in un momento di crisi è di non fingere che le cose vadano benissimo e che un milione di progetti ti aspettino. Ho sempre trovato patetica questa cosa.
[...]

Mario Calabresi, "La mattina dopo".

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Un amore di Salinger.
spedito da: Andrea
Data: domenica, 20 ottobre 2019 - ore 19:38


Quanto mi sei mancato, maledettissimo genio...

[...]
Guardandola dritto negli occhi, le disse:<>.
Agnes ci credette. Si sposarono entro l’anno. Ricordatevi bene la frase: funziona con le ragazze romantiche, con le letterate e con le squilibrate. Inutile attendere prima di dichiarare il vostro amore. Con queste folli, occorre esprimere in fretta il proprio desiderio, prima di diventare un amico asessuato ed essere fottuto per sempre.
[...]
Frederic Beigbeder, Un amore di Salinger.

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Leggere Peppe Lanzetta non è mai esercizio banale. Ho fatto fuori stamattina "Sognando L'Avana", l'ultima sua opera e mi sono rovinato la giornata. I romanzi di[...]

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