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PARLIAMONE 2012

Questo non è un vero e proprio blog, nel senso che non si instaurano discussioni circolari e chiuse. Non è neanche un forum però. Qui si scrive dopodichè tutti vedono tutto. E si replica alla stessa maniera. E' una semplice questione di forma, lo so, ma è importante. Purtroppo, e lo dico con sincerità, i messaggi sono moderati percui c'è una certa latenza tra la vostra spedizione e la successiva pubblicazione di un messaggio. Il male è da sempre presente sulla rete, e i comportamenti deviati con esso. Portate pazienza. E' necessario.

>>torna a casa...


Gli spaghetti con le vongole mi stanno chiamando.(Quest'anno sono andato lungo)
Auguri 2012

spedito da: Andrea
Data: lunedì, 24 dicembre 2012 - ore 19:14


Di nuovo qui, per il solito appuntamento annuale. A dire il vero avrei voluto dare un'occhiata agli auguri degli anni precedenti per farmi un'idea, marcare lo srotolarsi del tempo e delle mie idiozie, poi ho pensato che improvvisare senza memoria sarebbe stato più onesto e dunque andiamo a cominciare.
Innanzitutto, quest'anno è stato veramente un bel solco dal gusto epico, con una portata storica senza precedenti. Possiamo ricordarci tutto quello che vogliamo ma certamente in testa metterei:
l'ennesima sconfitta della politica, ancora una volta sacrificata sull'altare degli egoismi umano, con una congrega di bastardi dalle solite voglie e perversioni che di tutto si sono interessati tranne che di ciò per cui sono stati chiamati su quegli scanni. E vabbè, cosa fare? Verrebbe voglia di piazzargli una palla di piombo in testa e avanti un altro, incazzarci come si deve, un po' alla nordafricana maniera che pare abbia fatto scuola soltanto al di sotto del mediterraneo. Da quest'altra parte, gli unici che potevano dire la loro, i discendenti degli dei dell'olimpo hanno lanciato qualche molotoff sulla polizia e amen, dopodichè ragazzi tutti a casa a sfondarci di feta e mussaka. E se nemmeno loro si incazzano oltre la solita ignoranza nazista da cavalcare come una cavalla storna, figuriamoci noialtri mangiaspaghetti. Qui da noi, si suggerisce di levare il "magnare" e "scai" e forse almeno la frangia dell'intellighenzia si riverserebbe nelle piazze, almeno questo il pensiero dei filosofi. Nella realtà, continueremo a farci inculare a crudo finchè ne avremo, come abbiamo sempre fatto che forse in fondo in fondo ci piace pure, non si spiegherebbe altrimenti. Dopodichè arrivano i "tecnici", manco ci fosse da riparare una centrale termonucleare. 'sti qua arrivano, salgono sulle poltrone e fanno i conti, può darsi con fogli ecsel chissà, fattostà che tutto diventa una "voce" di bilancio, compreso i cori di vaffanculo del ceto basso, derubricati come scorregge da bar e solite lamentele. Va bene, e allora? L'Europa, che di noi sa quanto basta, cioè coltivatori di arance, vulcanologi per vocazione e mai si dica il contrario, una secumena (o Direttore, ndr) di mafiosi, non appena cacati dal ventre materno, l'Europa dicevo plaude ai "tecnici" che pare abbiano riparato le varie falle del sistema paese, un po' come cercare di chiudere i buchi di uno scolapasta. Ovviamente, utilizzando come materia prima, per tappare intendo, i culi del ceto basso di cui sopra. Ma poco conta, i conti sono in ordine, adesso si dovrebbe pensare ai marchesi e i baroni e tutti gli altri fino ad arrivare a coloro che per arrivare a fine mese invocano una riforma gregoriana bis del calendario nell'ottica di ridurre i giorni del suddetto mese. Dopodichè i tecnici forse hanno esagerato un po' troppo, tanto da far incazzare quelli del piddielle che ricordatisi d'un tratto che ne avevano facoltà già da tempo, li mandano a casa e chi s'è visto s'è visto scatenando un putiferio. Monti, che era la versione economica di Tremonti, uno al posto di tre, non si decide se scendere in campo o meno, dove il campo dovrebbe essere quello dell'orto dietro casa sua, come dovrebbe fare un pensionato invece di continuare a scassare la minchia con l'Europa e tutto il resto. Che poi, l'Europa prima di tutto, innazitutto, e soprattutto, praticamente per l'Italia l'equivalente di cambiarsi le mutande senza pulirsi il culo. Perchè il problema non è mai stato dal di fuori ma da dentro; perchè l'unica invocazione decente per questo straordinario paese, come si ama dire ogni tanto, non può che essere l'onestà individuale, la comprensione del momento difficile, che per altro abbiamo creato noialtri da un passato di sperperi che neanche alla corte del sultano del Brunei, e il rispetto verso il prossimo e chi si fa il proverbile culo, nell'ottica di una soddisfazione prettamente autocelebrativa, datosi che nessun'autorità ha più la stessa per poter aprire la bocca e dare giudizi. E tanto per non farci mancare niente, assistiamo ad una sbandata mnemonica manco un'ischemia collettiva, che le bombe dei primi 'novanta hanno già esaurito il loro potere sulle masse; certamente di sicuro su quel cinghiale di Mancino, cacato una ottantina e più di anni fa sulle colline a un decina di chilometri da casa mia che d'un tratto non si ricorda più manco di aver incontrato un morto che camminava nei corridoi del suo indegno ministero, per dirgli che lo stato, non sapendo che pesci pigliare contro le bombe di cui sopra, stava discutendo con delle bestie ignoranti su cosa volessero per finire di bombardare lo stivale e che di conseguenza, il morto deambulante di cui sopra, avrebbe fatto bene a non scassare i cabasisi pena i cazzi suoi. E sappiamo tutti com'è andata a finire. E al traino? Bè, nonno Giorgio che fino a che non iniziava a mettersi i pannoloni senili per evitare di pisciarsi addosso nelle lenzuola presidenziali, girava in paltò e borsalino grigio soviet, ad arringare i compagni sulle lotte di classi e le varie stronzate finchè, investito della massima carica in anni recenti si premurava di conversare amabilmente con lo smemorato di Montefaucione di come ficcare la munnezza sotto al tappeto che poi c'avrebbero pensato gli altri a ripulire. Non merita approfondimento, direi saggiamente, la cronaca delle nottate brianzole del Silvio nazionale che, a dirla tutta, ha veramente smarronato fuori dal vaso piazzando troie col pedigree a vario titolo in posizioni istituzionali pagate a peso d'oro con i nostri soldi, sottolineerei, per remunerarle della generosità carnale esibita dalle giovani pulzelle. E qui piazzo un punto su 'ste menate sennò non ne usciamo vivi; ma fateci una riflessione al di là de: „l’avrei fatto anch’io eccheccazzo, mica semo?“
La parentesi esterna finisce qui, anche per farci il punto e due risate perchè, sia ben chiaro, nell'ottica del giustificalismo, sport nazional-popolare, tutto quello che ho detto è sicuramente opinabile, interpretato male e tacciabile di faziosità ma che volete, c'è addirittura chi nega l'olocausto, figuriamoci.
Passando alle notizie dall'interno, il sottoscritto ha marcato ancora botta recuperando se stesso dopo l'ennesimo, incomprensibile, martirio ciclistico, stavolta dipanatosi nei deserti sudamericani ad altitudini da ipossia, il tutto per dare un senso, "quel" senso che si invoca e si ricerca per gridare vittoria. E non che i segni non siano mancati nel corso di questo fantasmagorico anno. Ne ho trovato un po' dappertutto ma certamente da rimarcare il weekend trinacrio dove, tra una impennata di intellettualismo sui genereis e copiose ma consapevoli libagioni superalcoliche, si prendeva nota dell'inossidabile volontà di trovare ciò che si cerca, senza sconti e a qualunque costo. La vita richiede sacrifici oltre quelli che si è soliti snocciolare nel qualunquismo dilagante delle mura familiari e lavorative, ragion percui lo zaino non è mai pieno abbastanza così come le mazzate da prendere. Stiamo all'erta per cortesia.
E dunque? Cosa fare, come posizionarsi ai blocchi della prossima ri-partenza? Mah, senza dubbio la propria consapovelozza, la capacità di misurarsi i limiti, quelle misure necessarie che serviranno proprio a tracciare la metrica da superare una volta col piede nel nuovo anno. E in questo lo zio vi aiuterà ancora e una volta perchè a 'sto giro si scende in strada tutti, dal primo all'ultimo, previa coscienza adamantina sul significato della sofferenza e del, nuovamente, martirio autoimposto: ma se vorrete, e sono sicuro che molti di voi lo vorranno, potrete scendere al mio fianco sui nastri d'asfalto che non saranno più lontani decine di migliaia di chilometri in qualche posto desolato dell'altro emisfero ma proprio qui, nella terra nostra, che ha bisogno di un tot di rinfrescata su chi cazzo siamo e perchè c'abbiamo 'sti confini qua: chi è crepato per farci stare insieme non merita tanta schifosa sfrontatezza e menefreghismo. E' giunto il momento di onorare le nostre latitudini, con serietà e abnegazione, per portare un messaggio di unità e patriottismo che, credetemi, non potrà far altro che bene in questi tempi bui da fine del mondo. E, in estrema ratio, se avete un cuore da abbracciare, un ideale che vi sostiene, una bellezza da difendere, una bontà da perseguire, ritornate ad esse quando il cielo scaricherà pioggia e voi sarete all'addiaccio perchè nulla, neanche il padreterno, potrà redimerci ad un passo dalla fine.
Oltre questo, ci siamo solo noi, non inganniamoci, teniamo duro che la luce non potrà sempre essere così fioca ma scatenare l'incendio di un nuovo sole è soltanto compito nostro.
Diamoci da fare e subito. Intanto buon Natale.

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Trailer docSyA 2012
spedito da: Andrea
Data: sabato, 10 novembre 2012 - ore 16:53



Commenti al trailer. Un abbraccio a tutti, è stato ancora una volta davvero emozionante.
A.

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Continuerò
spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 31 ottobre 2012 - ore 20:39


Continuerò, fino alla fine dei miei giorni. Nonostante le flessioni, le pennellate di un agghiacciante terrore di un'ipotetica solitudine devastante, lampi di pura paralisi cristallina dei sentimenti, l'umiliazione della scommessa persa di un gioco d'azzardo al di sopra delle proprie possibilità. Non mi farò fottere dal tempo, nè dall'angoscia dell'ignoto, atavico spauracchio del genere umano; continuerò, anche mentre mi sposto attraverso i luoghi, a seguire i profili, delle strade, delle montagne, delle persone, delle aspettative. Continuerò finchè ne avrò, perchè voglio portarla a termine questa ricerca che dura da quando sono nato, perchè voglio arrivare alla fine con la soddisfazione dei vincitori, non la rassegnazione dei perdenti. Sono scivolato, vero, ho spinto, pure, ma temo sia stato tutto nelle corde del tentativo, onesto e spietato a volte, senza le quali il valore della ricerca non avrebbe più molto senso. Continuerò, perchè dopo tutto quel bianco salato, non può e non deve tornare il nero, non più quello del buio bagnato da lacrime inutili e improduttive, unico sfogo di un animo errante che mai si riposa nè invoca la sosta. Ci tengo a raccontarmi di insistere, di non mollare, anche quando le scariche di una consapevolezza traditrice vogliono mettermi al tappeto. E' curioso, come ogni prima volta nella vita, sentirsi per un attimo senza fiato, così come ai quasi cinquemila di Sol de Manana, con la tremenda sensazione di essere fottuti, senza appello nè scappatoia; per fortuna dura un attimo, quel tanto che basta per prendere l'energia ad andare avanti e fare quel passo in più che serve allo scopo. Non me ne frega niente del rispetto della memoria degli altri, non può essere il deterrente alle mie ambizioni, non più ormai; nessun basso profilo, nessun sminuire il compiuto, nessuna sottovalutazione delle proprie attitudini ed eredità del vissuto. Siamo eroi dal cuore fragile, aviatori senza apparecchio, viaggiatori a vento, esperti con poveri mezzi, in una parola: sognatori.
Fosse solo per questo, continueremo, continuerò.

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Trenta giorni dopo
spedito da: Andrea
Data: sabato, 6 ottobre 2012 - ore 12:4


Ho aspettato un mese, volevo essere sicuro, non avere dubbi, soprattutto non essere ingannato da me stesso e dalle mie sensazioni spesso fallaci, leggere, deboli. Invece no, stavolta no; stavolta restano, si legano al substrato emotivo in modo assolutamente indissolubile, si fondono ecco, questo il termine giusto, si fondono. Qualcosa è successo laggiù, sugli altopiani in mezzo alle Ande, qualcosa di irrimediabilmente definitivo e tremendamente potente. Una gioia, un fermento dentro inspiegabile: una forza di prospettiva che mai avevo sperimentato fino ad oggi, soprattutto in un regime di vita completamente asservito ai ritmi lavorativi mai a questo livello di impegno. Eppure, in una parola, l'equilibrio. Dinamico certo, con straordinarie forze in gioco ma perfettamente bilanciate nel permettermi di avere una visione su tutto l'insieme. Che meraviglia signori, che gioia delicata e fantastica: un sabato del villaggio leopardiano spalmato su tutta la settimana. Un attendismo elettrico come prima delle grandi tempeste, quelle che distruggono per far spazio a nuove creazioni. Ancora una volta in mezzo io, piccolo uomo insignificante contro i giganti del tempo, eppure fiero, felice e pieno di piani per il futuro.
Tenetevi pronti, al prossimo giro sulla giostra ci saliamo tutti credetemi.

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Ancora un altro po'.
spedito da: Andrea
Data: domenica, 23 settembre 2012 - ore 22:34


Sto attendendo un mese, almeno un mese intero, poi magari posso continuare a "condividere"; mi piacerebbe prima essere sicuro di qualcosa, poi si mettono giù due righe. E' tutto troppo, maledettamente, potente e straordinario per non aver timore che scappi via. Datemi qualche giorno ancora, poi sarò di nuovo qui.

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On the road
spedito da: Andrea
Data: sabato, 4 agosto 2012 - ore 22:50


E allora, due anni dopo rieccomi qua circondato da bagagli e scatoloni, contorno parte dell'ormai ben noto circo pedalatorio che vede come protagonista il sottoscritto in completo ripiego su se stesso. Ancora una volta immerso nel tepore di un clima soffice di attesa dell'ignoto, con la giusta dose di tensione che tiene il coraggio alto a discapito dell'incoscienza, la consapevolezza oltre il dubbio della ennesimo viaggio che cambierà inevitabilmente una parte di me stesso. Un viaggio atteso anni, cresciuto con l'esperienza e i km che servivano a prepararsi con dovizia ad un appuntamento assolutamente sublime e supremo per un viaggiatore cicloturistico che ne ha viste un po' in giro per le strade. Cerco di anticipare le fatiche che verranno nei prossimi giorni, le strade che mi si spianeranno dinanzi e tutti volti e in profili che lambirò con la mia bicicletta. Un po' di pensieri sparsi a vario titolo andrebbero rimarcati in questa sede ma non riuscirei a citarli tutti. Diciamo che sicuramente rispetto massimo a chi è in strada in questo momento con obiettivi simili ai miei; a tutti quelli che rimangono al margine di una sella di bicicletta ma che onorano comunque la vita in altro modo; rispetto e ammirazione per chi sa ed ha costruito in questi ultimi anni cose importanti; una carezza onesta a tutte quelle persone che non sento più per varie ragioni e che la vita ha allontanato per bizzarri iperboli; ma un abbraccio a quelle che invece rientrano in circolo e sorridono.
Pedalerò per me e per tutti quello che mi vogliono bene e credono e comprendono il mio ostinato rincorrere il massacro.
Qui non si tratta di superare i propri limiti, semplicemente perché i limiti non esistono. Ogni giorno si è oltre, un po' e di più. Tutti, nessuno escluso.
Signori, io vado a vedere.
Arrivederci a presto.
Con affetto.
Andrea.

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Arrivederci Irpinia
spedito da: Andrea
Data: sabato, 21 luglio 2012 - ore 9:58


E così finisce anche questa volta. Pochi giorni, ma sempre insufficienti per distendere perbene i ricordi, i saluti, gli affetti e le malinconie; le piccole conquiste e i confronti, le precarietà delle esistenze, la nostra fragilità di esseri umani legati alle emozioni, nostalgici come reduci di grandi conflitti, a pedalare per inseguire, con la scusa della pratica d'esercizio, a preparazione di un epocale massacro, srotolando le ruote sull'asfalto amico, fratello, storico e sempre generoso. Asfalto slavato e arso, sconnesso e sforacchiato, che riveste strade che s'aggrappano a crinali che c'hanno visto crescere, mentre noi ci confrontiamo ancora una volta con il metro del tempo, in grado di piegarci e sottometterci, scatenare paure ancestrali, spettri di solitudini assolute, mentre noi saliamo, come se nulla cambiasse, solo un po' più riflessivi e maturi, senza spunti istintivi e incoscienti, coscienti e pazienti come mai eravamo stati. Cresciuti, sicuramente, ma anche stoppati a un piano che non vogliamo lasciarci alle spalle. E così, l'unica vera soddisfazione è proprio quella di dimostrare agli anni che anche se nelle stanze di numerose città la vita chiede cambiamenti naturali, qualcuno riesce ancora a vivere il ricordo, non solo nella mente, ma nella concretezza del sudore e della fatica.
E così, saluto ancora una volta, con qualche tensione in più e qualche riga di gioia agrodolce, mentre fisso questi profili e cerco di catturarli per non farmeli scappare dalla memoria. Tornerò più spesso, è l'unico modo per non rinnegare e guadagnare un po' di pace.

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Stanza 601
spedito da: Joker
Data: mercoledì, 18 luglio 2012 - ore 23:33


Certo, impiegano un po di più. Percorrono vie più tortuose, ma le notizie, alla fine, arrivano anche qui. Andrea sta preparando i bagagli. Comincia la rituale, maniaca preparazione di ogni singolo involucro, di ogni combinazione di oggetti da assemblare e disfare decine, centinaia di volte alla ricerca della soluzione migliore. E per gli spettatori, che vivono al di qua di questo telo bianco su cui va in scena la recita, parte la consueta caccia alle motivazioni. Caccia difficile, ovviamente. Inutile, forse. E via al solito flusso di domande che lambisce le rive della soluzione, senza riuscire a tuffarsi nelle sue profondità melmose. Provo a chiudere gli occhi della mente per concentrarmi e cercare di immaginare che forma abbia quella forza capace di portarlo, di tanto in tanto, lontano dal suo rassicurante ambiente naturale. Che lo spinge ad affrontare per giorni e giorni continue difficoltà senza offrirgli nessuna certezza che l'indomani le stesse non si ripresenteranno ancora più forti. Che gli impone di alzarsi presto la mattina, dopo un sonno sempre troppo breve e mai abbastanza ristoratore. Che gli fa percorrere chilometri su chilometri ogni giorno, per settimane intere. Che gli stampa sul viso sorrisi rivolti a persone che mai aveva conosciuto prima e che, probabilmente, non vedrà mai più. Ma adesso, almeno per il momento, l'attesa è finita. Andrea sta preparando i bagagli. Per tornare finalmente negli unici luoghi che gli sono familiari. Sotto l'unico tetto che abbia mai davvero voluto chiamare "casa". A ritrovare quella strada che, seppur travestita sempre in modo diverso, rappresenta la più fidata amica di infanzia. Ad assaggiare il sudore salato che cola dalla fronte come quando da ragazzo sfidava per la prima volta i feroci morsi di Montevergine. Ad agosto si parte. Andrea torna finalmente a casa. E qui, protetto dalle rassicuranti pareti dell'Arkham Asylum, io tornerò ancora ad interrogarmi su quella forza che lo strapperà di nuovo via da lì per portarlo nel vostro inospitale mondo di follia. Ad affrontare difficoltà, ad alzarsi presto la mattina e a percorrere chilometri, lontano da casa, per altri due lunghissimi anni.

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Seconda opportunità.
spedito da: Andrea
Data: venerdì, 6 luglio 2012 - ore 20:57


Due righe old style, perchè alle volte accade, la possibilità di rimettere a posto, usare le parole e lo sguardo e la faccia per aggiustare, riparare, mettere a posto. Resta il segno, chiaro, ma il pezzo è di nuovo lì, in piedi e stabile e in mezzo, di nuovo. E così ho camminato e sudato per strade che mi conoscevano qualche anno fa, per arrivare, bussare a una porta e farmi una marea di risate; il tutto mentre incollavo e mettevo in ordine e qualcuno mi faceva fare perchè aveva capito lo scopo, la sostanza e l'essenza.
Ringrazio per questa opportunità perchè è poca cosa ma nell'economia del momento vale una roba che non si può misurare, mentre i ricordi affondano le carni e il dolore si spande intorno. Ed io sono grato, per un momento grato, di poter respirare piano e sentirmi a posto.
Per un istante...

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...e l'altro (tra quattro mura a Carpentras).
spedito da: Andrea
Data: sabato, 30 giugno 2012 - ore 16:24



E l'altro era oggi.
Mi trovo a Carpentras, in piena provenza, in una stanza di un dignitoso cagatoio preso su Booking.com a prezzo modico, campo base per l'escursione portata a termine qualche ora fa. L'obiettivo era salire sul Mont Ventoux, glorioso picco del tour de france, caparbiamente inserito dal sottoscritto in un itinerario fatto in moto nel 2008 di ritorno dalle lande iberiche insieme al Bonf, mio compagno di viaggio dell'epoca. Volli andarci perchè il sogno di scalarlo in bici non s'era realizzato e così ai tempi, convinto com'ero di aver appeso il mezzo al chiodo, decisi perlomeno di andarlo a vedere, era lì cacchio...ma nel salire, ad un tratto, in mezzo alla ressa di ciclisti della domenica che azzannavano l'asfalto pur di guadagnare centimetri su quelle rampe del diavolo, lunghe e solitarie, dovetti sorpassare un cicloturista, borse al seguito, stava sputando l'anima nel tentativo di guadagnare la cima per poi proseguire chissà dove; gli stessi, infiniti gesti compiuti dal sottoscritto per tanti anni prima. In quel momento, unico sforzo il mio, ruotare una manopola e dare gas. Non so, una volta su, mi prese un'immensa malinconia, qualcosa che mi stava scoperchiando nel profondo, inborghesito e dissuaso dalla pratica del martirio fino a poco prima mai tradita in nessun modo. E così, tornato a casa, vendetti tutto e tornai in sella, con tutto quello che è stato e che sappiamo noialtri che bazzichiamo queste pagine virtuali. Da allora, un solo chiodo fisso: scalare quel monte, tornarci e dare la mia versione dei fatti. Così oggi, dopo una notte disturbata dall'afa e dagli schiaamazzi alcolici della piazza dabbasso, sono salito anch'io, ad avere le visioni e ritrovarmi ancora una volta e chiudere i conti in maniera definitiva stavolta: dopo il Gran San Bernardo, il Mont Ventoux, una promessa questa, non un conto aperto, una promessa mantenuta che risarcisce il passato e mi dona, per l'ennesima volta, uno scampolo di sodisfazione effimera per aver sudato e sofferto anch'io su quelle strade piene di glorie e tragedie.

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L'uno...
spedito da: Andrea
Data: sabato, 30 giugno 2012 - ore 16:10



L'avevo affrontato due settimane fa, perchè era "l'uno" di un "e l'altro". Scrivo solo ora perchè ho un po' di relax.
Il Colle del Gran San Bernardo era un conto aperto ("l'altro" era una promessa). Affrontato nell'agosto del 2006 in un ottuso Milano-Londra in bici per cercare di raccontarmela mentre andavo a fondo senza remore, mi aveva distrutto. Vero è che ero carico, ma l'insufficienza d'allenamento nonche l'assoluta mancanza di passione nel gesto m'avevano visto fermarmi ogni 250 metri in un calvario che pareva non finire mai. Una vergogna, un affronto che la per la non mi ripromisi di cancellare, tutt'al più che nel frattempo l'avevo rifatto in moto l'anno successivo con ancora meno verve e qualche punto di vergogna in più.
Adesso però, neanche più l'ombra di quel pilimoscia di sei anni fa, l'ho visto aprirsi alla vista senza arroganza, già conscio del fatto che chi lo stava affrontando stavolta era uno che sapeva quello che stava facendo. Mi ricordavo i passaggi e la mia bici è andata senza particolari paure fino a su; km dopo km raccoglievo i pezzi lasciati su quelle rampe assassine senza particolare sofferenza se non la solita dello scalatore per passione. Di nuovo contento e in pace con me stesso. Dopodichè è toccato all' "altro"...

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Fausto Coppi e mia nonna
(non è mai troppo tardi)

spedito da: Andrea
Data: sabato, 2 giugno 2012 - ore 21:50



Sto scrivendo da un hotel montano a 2200mts di altitudine nel mezzo del Parco nazionale dello Stelvio. Il motivo per il quale mi trovo in questo posto è per il percorso di allenamento che sto seguendo in vista del raid sudamericano. La posizione di questo luogo è sul lato dello Stelvio che guarda il trentino, a sette chilometri dal passo dello Stelvio meglio conosciuto dai ciclisti come Cima Coppi, appunto. Il campionissimo qui si esaltò in anni nei quali anche i miei genitori erano poco più che bambini; ad oggi è ancora lo sportivo che traduce in modo più efficace il concetto di leggenda. E Fausto vinse un giro d'Italia proprio facendo il vuoto su queste rampe assassine, ovviamente in condizioni tecniche oserei dire primitive rispetto a quelle con le quali tutti oggi, compreso il sottoscritto, si avvicinano a queste montagne.
E così, stamane, dopo una colazione che sembrava dovessi partire per una traversata oceanica, decido per la scalata immediata. Alzando gli occhi verso la cima la situazione era più o meno questa: un disegno a zig zag contro la parete verticale della montagna. Mi sono ampiamente interrogato sui motivi che stavano per scaraventarmi in un autentico massacro ma come al solito gli interrogativi erano insulsi e privi di fondamento. Morale della favola, su in tre quarti d'ora circa, senza troppo dolore, con la colazione che non ne voleva sapere di stare giù e con un discreto carico di acido lattico fresco nelle gambe. Una volta su, il tempo di godere dell'effimera soddisfazione, dopodichè l'insana decisione (anche perchè non è che poteva finire lì, questo lo sapevo già): fiondarmi a Bormio, venti km più in basso e dopodichè risalire nuovamente in cima. Così sono schizzato verso il fondo valle a velocità da autovelox pur fermandomi alla bisogna per fare stretching ed evitare che le gambe diventassero di marmo. A Bormio, mi rendo conto del dazio che stavo per pagare per tornare su. Pendenza media del 7% con punte del 14% e oltre, il tutto per un paio di decadi chilometriche. Ma ancora una volta, non è che potesse finire lì. E qui invece è iniziata la vera giornata.
A trentotto anni (fra un mese e mezzo) non avevo ancora affrontato la Cima Coppi e non perchè sia un appassionato dovevo farlo (l'agonismo ciclistico mi fa cagare) ma perchè Fausto meritava questo e altro, per quello che ha rappresentato e per l'Italia che era ai suoi tempi: il tutto, per un patriota come me, il 2 giugno, festa della Repubblica e a valle di quest'ultima considerazione, sarei stato pronto anche a beccarmi un colpo di fucile e crepare su quelle montagne, immaginando un quindici-diciotto moderno. Già dalle prime rampe ho smesso di sorridere e scherzare: mi si è piantato il solito ghigno di sofferenza ottusa e ho iniziato a frullare l'asfalto con le gambe che ogni tanto mi ricordavano che avevano già lavorato per mezzo chilometro di dislivello a prima mattina. E vabbè, chilometro dopo chilometro iniziavo a trasfigurarmi, in preda ad una fatica epocale, con i muscoli che lottavano contro gli istinti di sopravvivenza che la mente imponeva loro, pur di riportarmi da dove ero sceso.
Quando si affrontano salite come lo Stelvio, senza additivi chimici nel sangue ovviamente, vai in contatto con un mondo superiore che non potresti percepire normalmente. E' la parte della bicicletta che mi piace di più,il momento supremo, dove tutto prende un senso compiuto e capisci perchè sei innamorato di quell'ammasso di metallo e gomma che è un vero e proprio mezzo di tortura. Aggiungendo l'altitudine che ad ogni rampa ti porta una quindicina di metri più su in verticale, il gioco è fatto. Tutte le barriere cadono, la sensibilità aumenta a dismisura e percepisci di tutto, sei isolato dal mondo esterno, solo il sangue che pompa nelle tempie e la speranza che il cuore regga fino all'ultimo metro. Ed è così, che al bivio per Santa Maria, in Svizzera, quando mancano ancora tre chilometri e rotti alla cima, con una sete psicologica abominevole e la morte nelle cosce, quando il gioco d'equilibrio tra la resa e la volontà a non mollare è tirato al massimo, mi viene in mente mia nonna e le sue spremute di limone al rientro dalle mie pedalate irpine di passata memoria. Quelle fatte con il coltello e la pacca di limone tenuta stretta a pugno: senza colino, con i semi dentro, direttamente nel bicchiere, condita con un cucchiaio di zucchero e rigorosamente tracannata nel perfetto rispetto dei tempi da congestione. E lei è davvero lì, la vedo, una palese allucinazione ovviamente, che è così come me la ricordo sulla veranda di casa mia, con il suo grembiule con la scritta "delicious food", che mi incita manco fossi ad un passo dalla maglia rosa. Ed io guardo fisso a bordo strada mentre continuo a salire intontito mentre vedo l'insegna Folgore che segna il passo e la fine della sofferenza. Non posso credere che è davvero lì, ma anche in mezzo alla fatica, so bene che non può essere e così, perchè mai mi sarei fermato nè arreso, piuttosto morto ma non finito, ho preso a piangere perchè anche se sto per arrivare ai quaranta, a me il ricordo di quella donna mi stende ancora come nessun'altra cosa nella mia vita. Come mi commuovo anche adesso mentre scrivo e non posso farci niente.
E una volta su, prima di chiudermi il giubbino antivento sul petto, ho guardato ancora in mezzo alla gente che mi circondava, anche uno sguardo giù nei tornanti. Ho scosso il capo, chiuso i bottoni, e mi sono lanciato verso il baratro della strada in discesa.
Ps: ieri è stato il compleanno di mia nonna, avrebbe compiuto novant'anni. Ma questa è solo una coincidenza...

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Questa persona.
spedito da: Andrea
Data: sabato, 3 marzo 2012 - ore 0:32


Devo scrivere due righe. Innanzitutto perchè questo è il primo post del 2012 e siamo a marzo!...secondo perchè qualcuno mi ha fatto notare che non sto più scrivendo e che questo è l'unico mezzo per sapere quello che faccio (lo ha detto sorridendo) e forse è vero pure.
Con questa persona ho sempre avuto ed ho dialoghi surreali, sospesi, delicati e attenti ed è paradossale per quanti anni è che ci conosciamo. Ci sono distanze enormi tra me e questa persona ma ci si ritrova sempre con piacere a fare due chiacchiere. Dopodichè, registrando per l'ennesima volta un momento non proprio facile per questa persona, ho riflettuto sui suoi sorrisi, su come non perdesse mai la capacità di essere dalla parte calma della barricata, anche quando, come ha detto questa persona, ogni tanto arrivano le "tegole". Io non sono mai stato capace di essere altrettanto fermo nell'affrontare difficoltà e questo mi ha fatto apprezzare per una volta e ancora e di più questa persona, sebbene dall'altra parte della distanza. Così ho chiuso con un accenno di solidarietà neanche tanto velato per cercare un conforto di sprone che più di questo non poteva essere. E la risposta di questa persona è stata la più grande e delicata risposta che io abbia sperimentato da un po' di tempo a questa parte. Che ancora adesso se la rileggo non riesco a prendere equilibrio emotivo. Grandissima, questa persona.
E benedetto sia il tempo che ci prolunga le sfide e ci fa viaggiare come non mai.
Mi chiedo se l'abbia abbracciata abbastanza questa persona, lei che mi diceva che i miei abbracci erano diversi dagli altri abbracci, che c'era un "trasmissione" nel mio stringere. Voglio bene a questa persona, sebbene da questa parte della distanza, e anche se non riesco più a vederla e a sentirla come tanti anni fa, resta sempre un mistero sorprendente il potere che ha di modificare il mio umore e rendermi inveitabilmente un uomo migliore. Onore e grazia a questa persona.

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