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PARLIAMONE 2010

Questo non è un vero e proprio blog, nel senso che non si instaurano discussioni circolari e chiuse. Non è neanche un forum però. Qui si scrive dopodichè tutti vedono tutto. E si replica alla stessa maniera. E' una semplice questione di forma, lo so, ma è importante. Purtroppo, e lo dico con sincerità, i messaggi sono moderati percui c'è una certa latenza tra la vostra spedizione e la successiva pubblicazione di un messaggio. Il male è da sempre presente sulla rete, e i comportamenti deviati con esso. Portate pazienza. E' necessario.

>>torna a casa...


Everybody needs a place to think.
Auguri 2010.

spedito da: Andrea
Data: venerdì, 24 dicembre 2010 - ore 15:55


Non ho più una panchina lungo il Tamigi. Nè probabilmente un fiume davanti. Mi piacerebbe sapere dallo zio Paul se anche lui non siede più là davanti, neanche per qualche istante. Dopodichè penso a Mattia che voleva sapere di apnee da distacco; gli dico che sono uscito all'aria ma la boccata mi sta soffocando più del liquido in cui ero immerso. E poi Giuseppe che aveva prenotato un racconto epocale in questo luogo sacro che non avrà mai a farsi.
La verità è che quando trovi una posizione comoda in una notte d'inverno, non bisognerebbe mai, per nessuna ragione, tirar via le coperte e andare a dare un'occhiata fuori. Io l'ho fatto. Dopdoichè è impossibile tornare a dormire.
La mia panchina oggi è un divano ikea piazzato lungo un muro rosso di una camera vuota dai muri comunque rossi. Non parlo, perchè l'eco della voce rimbalzerebbe con troppa violenza dentro di me. E allora ascolto, che è l'unica cosa da fare. Magari ispeziono le forme, lo spazio tornato vergine, pronto ad accogliere altra materia e vite umane. Non c'è però comprensione nel momento, alcun significato emerge, se non una stupida malinconia figlia di una nostalgia che non ne vuol sapere di mollare l'osso. Mi lascio andare allora,perchè sebbene pericoloso è l'unica cosa saggia da fare. Non ho la minima energia per contrastare tanta potenza. Ma un solo uomo, piccolo di fronte al mistero della vita e delle dimensioni dell'universo, non può nulla. Così mi schiaccio ancora un po', ancora una volta, forse l'ultima tra queste mura e lascio che tutta la dolcezza del tempo passato mi inondi le vene, insieme al suo carico di acidula tristezza del vissuto che non torna. I ricordi, l'unica vera nostra eredità, quelli che vengono a giustificare l'esistenza, che ne danno senso e memoria.
Così è quest'anno, tornato al punto di partenza per una volta ancora.
Comunque fiero, sempre in ascolto dell'intorno, sempre attento ai princìpi.
Non puoi evitare la boa; a 'sto punto fai un'ottima virata.
Tanti auguri a tutti.
Andrea.

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Concetti universali
spedito da: Andrea
Data: domenica, 21 novembre 2010 - ore 11:53


C'è un'altra solitudine
Che molti muoiono senza aver mai conosciuto
Non è una mancanza di amici a causarla...
Ma la natura,
a volte,
a volte il pensiero.
E chiunque ne è colpito
E' più ricco di quanto possano rivelare
I numeri mortali.

Quella riportata in alto, è la citazione a margine del racconto "Un'altra solitudine" di Simona Vinci facente parte della raccolta "Sei fuori posto"; pezzo già pubblicato in precedenza nella raccolta "Corti di Carta" per il Corriere della Sera.
Io non so la citazione della Dickinson da quale opera provenga ma so il modo devastante con la quale mi ha colpito. Per molto tempo sono andato alla ricerca di un qualche modo per spiegare alla gente, ai miei cari e a chiunque altro mi chiedesse, i motivi per i quali sono sempre stato affascinato dai viaggi in solitaria. Non sono mai stato bravo a trasmetterlo il concetto, forse proprio perchè non era chiaro neanche a me, però queste righe della Dickinson/Vinci, posso assurgerle a manifesto di quanto mi sia appartenuto e mi appartenga ancora, alle volte, questo concetto a me caro di comprensione del proprio posto nel mondo.
Al di là di ogni superficiale discorso di egoismo, immaturità ed altre cazzate simili che chiunque altro non sia in grado di competere con se stesso mette ad alibi della sua incomprensione, mi coccolo all'interno di quelle righe e di quelle parole, come fossero un approdo sicuro alle mie inquietudini. Si sposano perfettamente con le mie memorie da viaggiatore romantico e perennemente in fuga e alla ricerca del ritorno allo stesso tempo. Scendendo poi nelle righe della Vinci un po' si perde quest'assolutezza sublime della prosa sintetica della Dickinson e si scende di più sul vissuto, sugli obblighi del lavoro, della famiglia e di quant'altro possa rappresentare un ostacolo alla propria voglia di libertà che alle volte colpisce la maggiorparte delle persone in cerca di risposte.
Mi rassicuro, in quest'albergo che mi ospita in terra teutonica, alla lettura di quelle righe e al contempo mi addolcisco con una malinconia che conosco bene e che mi fa essere quello che sono e che mi piace sapere che è sempre lì a tener viva la memoria delle radici e l'amore per tutto ciò che ho compiuto in vita mia. Dopodichè scenderò a prendere un'insalata al ristorante dabbasso, berrò una piccola birra e tornerò in camera a leggere dopo aver fatto due passi per stradine di ciottoli inerpicate tra vicoli che odorano di un passato lontano.

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Comunque in giro.
spedito da: Andrea
Data: martedì, 16 novembre 2010 - ore 22:35


Scosto la tendina simil-ricamata a mano e di sotto c'è la piazza di San Michele. Un ulteriore tentativo di fermare 'sta carambola inarrestabile che stavolta mi porta a Schawbisch Hall nel cuore di una regione tedesca in-pronunciabile. La chiesa che ho di fronte, che sormonta la piazza da una scalinata che sembra non finire mai, ha il nome del santo sopracitato. Tutt'intorno casette in stile appunto germanico (stile heidi per intenderci) con il porfido perennemente lucido dall'umidità e dalle piogge che qui cadono a getto continuo. E' sera, dopo l'ennesima cena forzata dal concetto nefasto di team building (stavolta cinese, diosanto...) scosto la tenda e apro l'ombrello sotto una pioggia di bugie e verità che cercano di macchiare il mio presente e il mio futuro. Nulla di misterioso o epocale ma senz'altro da maneggiare, questo sì, mentre s'addensano timori da uomo in corsa verso il futuro, da un uomo che non deve dimenticare quanto accaduto quest'estate. Perchè il ricordo può spingere oltre, di sicuro. L'oblio, di contro, stroncherebbe ogni afflato di slancio.
E che qua, a Schawbisch, è notte, quest'è; e si sa, quando il buio plana sulle cose, l'assenza di luce cancella le ombre. E tutto diventa scuro, piatto e senza dimensione.
Quest'è, nient'altro.
Come sempre.
A.

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Un tantinello surreale.
spedito da: Andrea
Data: lunedì, 18 ottobre 2010 - ore 17:41


E' tutto troppo azzurro, lavato e lucidato. Questo cielo milanese che mi da' il ben tornato è troppo finto. È come se fosse il primo step di un protocollo di una visita tra persone importanti: Milano da una parte, io dall'altra. E peccato che tutto questo non sia un fugace soggiorno, una breve discussione. Questo è un ritorno. Stavolta si viene per rimanere. E dietro, per adesso, c'è il resto.

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Emozione senza tempo.
spedito da: Andrea
Data: sabato, 3 luglio 2010 - ore 20:9


Oggi si è ripetuto il rituale. Il recupero della bicicletta lasciata a Taurasi nelle sapienti mani di Antonio e Walter di Bicyclery. Ancora una volta per sistemarla prima della partenza; ancora una volta prima di un'avventura.
Quando l'ho vista sul cavalletto, con il frame anteriore per le borse montato con la solita intuizione artigianale dei due sopracitati, mi è presa un'emozione che spiego facile a me stesso e che voglio lasciare qui stasera. La prima volta risale al 1994 e da allora è sempre stato così: "gita" a Taurasi a recuperare il mezzo, chiacchiera con Walter e partenza col solito tramonto spaccacuore. L'adrenalina che ti indurisce i muscoli, l'emozione che ti afferra e la sensazione di qualcosa di grande che sta arrivando. Sempre così, tutto intatto. Certo, Mix non è più con me da anni ormai (ciclisticamente parlando intendo) ma ogni volta è come se fosse lì. Il tempo che passa, la vita che cambia abitudini e riflessioni e aspettative ma certe cose che restano ferme lì, senza modifica.
Walter è una di queste. Io sono l'altra. In mezzo una bicicletta, l'avventura e un'emozione senza tempo.

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La numero undici.
spedito da: Andrea
Data: giovedì, 10 giugno 2010 - ore 23:15



Stasera c'è un pensiero che non m'abbandona; s'è fissato lì e non si schioda.
E' la Dalton Highway, la strada numero 11 dell'Alaska. Sarà l'ultimo tratto del mio viaggio, da Fairbanks a Deadhorse.
Seicento chilometri di strada sterrata, con l'Atigun Pass a millecinquecento metri, temperature che anche a Ferragosto scendono fino ai 4/5 gradi e la pioggia che trasforma tutto in fango. Penso al vento forte che soffia da nord, freddo e che piega le resistenze, che sarà contro il mio senso di marcia; m'è già capitato altre volte, in Islanda, in Scozia, in Lapponia e perfino in Repubblica Ceca. Il vento che ti fa andare a dieci all'ora, che ti stronca dentro, ti frustra e ti piega. Penso ai soli tre punti di ristoro lungo questo percorso: Coldfoot, 13 abitanti al chilometro 280, Wiseman, 22 abitanti al km 300,8 e infine Deadhorse al km 666. In pratica, più di 350km finali di completo nulla. Il grande nord che si spalanca sulla tundra acquitrinosa con le delizie di cui sopra. Con la tenda piazzata veramente in mezzo ad un non-luogo, con animali a gironzolare attorno durante la notte e il cibo da razionare per evitare vuoti drammatici.
Stasera sono questi i pensieri. Anticipo una scena che viene fuori dallo studio delle guide e dei racconti trovati in giro: birra da Billy Backpackers a Fairbanks, la sera prima di partire per imboccare la Dalton Highway, tredici chilometri a nord; persone con cui scherzare prima del grande salto, volti che non rivedrò più nella mia vita probabilmente, io che saluto e mi addormento pieno di ansie da solitudine invocata. L'avventura, questa la parola che mi si infila nel cervello. I pensieri che mi voleranno nella testa, mentre come in un sogno che mi è dato di vivere in terra, io, fortunato uomo con questa missione, strizzo l'anima nell'atavico gesto della pedalata. Seduto, composto, riflessivo, presa raccolta, mentre le gambe girano e spingono e si sfibrano per portarmi oltre, verso la meta. Solo, nel taglio del grande nord.

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Prendere in prestito.
spedito da: Andrea
Data: lunedì, 31 maggio 2010 - ore 14:18


Non ti domandare
non c'è niente da sapere
è che a volte il silenzio ha il suo valore
perché tu sai
che quando non so cosa dire preferisco
stare ad ascoltare tanto è inutile spiegare
che ogni mio equilibrio è momentaneo
e la mia anima è veloce
un istante cambia forma alla mia mente
cambia forma alla mia mente.

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La macchina del tempo.
spedito da: Andrea
Data: lunedì, 24 maggio 2010 - ore 22:50


Ieri mattina sono tornato a Benevento in bicicletta rientrando poi per San Giorgio del Sannio.
Al di là del risultato d'allenamento, che può davvero interessare nessuno, sono qui a registrare un vero e proprio viaggio nel tempo. Non saprei dire quand'è stata l'ultima volta che ho compiuto questo percorso e per quale occasione poi, fattostà che so che lìho rifatto ieri, ancora una volta, con una riverenza che non mi sarei aspettato. Come se dovessi aver timore di rimanere piantato, senza fiducia nei miei mezzi su quegli ottanta chilometri di salitelle spaccaritmo e spaccagambe. E invece tutto ok, paura a mezzo tragitto con le gambe che sembravano di marmo dopodichè la vecchia magia che ritorna: tutto si scioglie, tutto si fluidifica e magicamente le gambe girano e girano e girano che pare non vogliano fermarsi più.
La mia emozione ha la forma dei tornanti asfaltati di San Nazzaro, dell'odore dell'erba a bordo strada, dei panorami della valle dell'Ufita e di una voglia incontrollata di ritornare a casa, di poter riprendere a sognare e vivere in mezzo alla terra che conosco bene, in mezzo alle persone care e a tutte una serie di memorie che non vogliono mollare per niente.
Che bella domenica che è stata. Come mi sono riallineato con mille ricordi. Che bello tornare a casa a San Tommaso come i vecchi tempi, anche se non c'era mia nonna ad aspettarmi. Perchè tanto so che è sempre con me; il mio compito e soltanto pedalare e portare a termine il tragitto, seduto sui pedali col fiato corto, a spingere il mezzo e me stesso su per le rampe irpine. Non devo preoccuparmi di nient'altro. Fino al ventisei di luglio s'intende. Fino all'inizio della grande avventura.
Volevo condividere questa stupida gioia; stupida come solo i sentimenti incomprensibili sanno essere.

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Con la faccia contro la pioggia (parte V).
spedito da: Andrea
Data: sabato, 8 maggio 2010 - ore 0:8


In questa notte si sollevano le nostaglie. Circondato dai Lifehouse che cantano di qualcosa di rotto, da libri che ho timore a leggere e percorsi da studiare e strade che mi fanno impressione soltanto a vederle su una carta geografica.
E sono nostalgie accusatorie, quasi ingiustificate, rubate a un senso corretto del vivere, come se non fossi autorizzato a provarle. 'Fanculo, dico io, perchè sono un essere umano che cerca di recuperare emotività, quella genuina e sincera, perduta chissà dove e chissà quando soprattutto. Per questo mi metto a ricordare, perchè mi servirà da guida quando mi andrò a perdere nel profondo nord ovest del mondo. Resto attonito da quanta anticipazione di grinta e volontà al massacro mi scorra in corpo. Ma questo non mi evita di avere una nostalgia di cose che ho perso e di cose che non ho ancora avuto.
Mi fa sorridere il pensiero di essere letto da qualcuno e soprattutto le reazioni che raccolto da queste poche righe che di tanto in tanto lascio su questa pagina. In realtà nessuno capisce davvero, perchè, in fondo, non capisco neanche io. E così sono già partito in realtà o, se proprio vogliamo essere precisi, sto già partendo. E il distacco è lento perchè lenta sarà l'andatura quando le pendenze prenderanno a mordere le gambe, a tirarmi giù con tutte le loro forze, a farmi desistere e fermare. In una parola, arrendermi.
Seee, sicuro, col cacchio dico io. E quanto cara venderò la pelle, in fondo lo devo alle mie nostalgie. Sono loro che mi fanno scendere in strada, loro che mi spingono. Che mi hanno sempre spinto.
Sto andando a stendermi su un letto umido di adrenalina. Non dormirò suppongo.

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Con la faccia contro la pioggia (parte IV).
spedito da: Andrea
Data: venerdì, 23 aprile 2010 - ore 15:4


Sono insoddisfatto. Convivo con un perenne senso d'insoddisfazione mai placato. Certo non m'aiuto con le letture che faccio, certo non mi aiuta il carattere che ho però ci devo convivere perchè, ad oggi, non è che i tentativi di moderare questa vena corrosiva abbiano dato risultati degni di nota. Diciamo pure che sono stati veri e propri fallimenti. Almeno fino ad oggi. Non che non c'abbia messo volontà (non abbastanza direbbe qualcuno - più che altro qualcuna) però è il risultato che conta e questo dice che sono a zero. Al punto di partenza. C'è un però. Riguarda la capacità di andare a picconare il fondo di se stessi. Il fatto di non riuscire a concludere a dovere una relazione o anche solo un approccio sociale questo non credo c'entri molto; qui si parla di se stessi, in questo caso del sottoscritto, i propri limiti prima ancora di quelli che vogliono farti superare gli altri. E sono stato per un po' di tempo alla ricerca di un entusiasmo che proprio non ne voleva sapere di venir fuori; ed ho cercato dappertutto per trovarlo, ho perfino zittito quell'insoddisfazione di cui sopra. Ma è durato poco. Troppo comunque per non capire ed intuire che il luogo dove cercare era sotto quel fondo da grattare. Sotto una patina stratificata e dura che aveva coperto le cose che avevano avuto un senso compiuto nella mia esistenza. E' stato sufficiente andare leggermente sotto quella scorza e il fiume è straripato. C'ho rimesso un sentimento è vero ma, non me ne voglia chi lo portava in dote, io sono fatto così e sebbene storto, il mondo, almeno da questo punto di vista, mi prende così come sono. Altrimenti, se c'è qualcuno che arbitra, dovrebbe togliermi dal gioco. Ma poichè sono ancora qui, vuol dire che c'è ancora da fare ed io voglio fare. Ne ho una voglia matta. Ok d'accordo, il fiato si spezza prima del solito, la gamba si scioglie più in là del previsto, il cuore deve darci dentro se vuole tenere il sangue dove serve, però la mente è intatta, tutto è dove l'avevo lasciato quattro anni fa. Diciamo pure cinque. Sono solo andato a vedere se era tutto lì e, santo iddio, c'era tutto. Non ho fatto altro che prendere laddove sapevo esserci. Proprio sotto il mio naso, mentre io guardavo altrove.
Sono un egoista per certi versi, non posso negarlo, così come sono incapace di amare nel senso vero del termine; tutto giusto, ma c'è un sentimento superiore, un rispetto che trascende anche gli esseri umani, ed è la madre terra, il regno incotrastato della natura. Lei, il vero campo sul quale misurarsi. E' lì che mi interessa spendere le mie prossime energie. Per i rapporti umani il tempo c'è e ci sarà sempre (probabilmente per fallire ancora suppongo...), stavolta però si tratta di fare qualcosa di leggermente più serio del solito e la concentrazione deve regnare sovrana. E sono un tantinello al di sopra di quella insoddisfazione con cui ho aperto questo pezzo; perchè essa è fonte e fine contemporaneamente della mia idea. Del viaggio che sarà, delle forze contro le quali andrò a misurarmi. Io, non più ragazzino incosciente ma ragazzino stupefatto dal passare del tempo, della sua eredità, del suo entusiasmo.

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Con la faccia contro la pioggia (parte III).
spedito da: Andrea
Data: lunedì, 29 marzo 2010 - ore 23:13


"Mio fratello giudicava tutti secondo un rigido codice morale, preparandosi a vivere un'esistenza in solitudine..."
Queste parole le pronuncia Carine McCandless, sorella di Christopher McCandless, nel film che ricorda la vita del fratello scomparso di stenti nel Denali National Park, in Alaska, dopo che quest'ultimo s'era ritirato lontano dalla caotica società dei consumi. Ho visto Into the Wild dopo abbastanza tempo dalla mia conoscenza dell'opera di Sean Penn oltre che del romanzo di Jon Krakauer; le mie intenzioni sono datate primavera 2006, un anno prima del film che ha reso onore alla memoria di Christopher, ragion percui avevo qualche remora, più che altro psicologica, nel cimentarmi con una storia reale prima ancora che cinematografica. Mi sono ricordato di "Sulla strada" letto solo dopo un anno dall'acquisto per gli stessi motivi.
La frase citata è quella che dà il senso del gesto di McCandless, la coerenza che non trova spazio nella società, viziata da contraddizioni difficilmente risolvibili. E quindi l'unica via la scissione, la persecuzione di un ideale che renda realmente liberi e...felici. Anche se il buon Christopher capisce che questo sentimento deve effettivamente essere condiviso per essere reale.
Io non ho niente di McCandless, soprattutto il suo coraggio che poi è più una gioia esistenziale che una sfida con se stesso; lui è così e basta, non forza nulla del suo operato, vive convinto fino all'ultimo respiro, senza rimpianti nè dubbi. Io invece, ho rotto gli indugi e scavato a fondo, per dissotterrare antiche angosce con le stesse risposte lontane chilometri. E allora, si torna in strada, perchè ad un certo punto non è che debba esserci un motivo preciso, niente che si comprenda in superficie ovviamente; si piazza il mezzo sul selciato, lo si punta nella direzione giusta e si inizia a far muovere le gambe. Ancora una volta con la giusta carica, ancora una volta con la giusta tensione.
Il Taglio, come l'ho battezzato, perchè si tratterà proprio di tagliare in due un paese, approfittando di un'infrastruttura creata a scopi non proprio ambientalisti. Il tutto, proprio in uno dei luoghi più selvaggi e affascinanti del pianeta. Raccolgo informazioni, incomincio a prepararmi e sento l'onda arrivare. Dopodichè devo solo fidarmi, ancora una volta, del desiderio di conoscenza e di avventura; quello che non ho mai perso, nonstante gli anni, nonostante i tradimenti, i passi falsi e i motori succedanei. Niente ha distrutto, solo parcheggiato, niente ha cancellato, solo riposato.
E adesso resta la strada. Nient'altro.

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Senza Fine
spedito da: Carmine
Data: martedì, 23 marzo 2010 - ore 23:28


Carissimo Andrea, Ho scelto il tuo blog per scriverti alcune mie considerazioni su Senza Fine. Innanzitutto ti faccio i miei più sinceri complimenti. Mi è piaciuto moltissimo Senza Fine sia per forma che per sostanza. Ho trovato la tua scrittura molto accattivante e di grandissima presa. L'intero impianto narrativo è davvero ben concepito. Se penso alla scena del pub con Alex, le tre ragazze e i giornalisti, penso al momento formale più brillante del tuo libro: un autentico uso cinematografico della "penna". Il personaggio di Alex mi ha portato alla mente l'Alex di A Clockwork Orange (domanda...la scelta del nome è un riferimento al testo di Burgess) come pure il protagonista principale di American Psycho di Brett Easton Ellis. Il tuo testo, dal mio punto di vista, ha molto dei romanzi minimalisti americani. In questa sede non mi va di dilungarmi sulle tematiche, molte delle quali oggetto di discussione della tua presentazione avellinese. Cosa mi ha spinto ad andare verso la fine? Non volevo sapere Alex fino a che punto potesse spingersi, ma ero molto curioso di vedere in quale modo avresti chiuso il cerchio di malvagità del protagonista. E' sublime l'epilogo proprio come i momenti conclusivi del romanzo quando il male distrugge l'amore familiare (Langelli) e per il partner (Carraro) e si trasforma addirittura in uno strumento di pace interiore (Da Vinci). Questo caro Andrea non è tutto, magari qualche giorno ci beviamo una birra assieme e ci facciamo una bella chiacchierata. Carmine PS: i primissimi capitoli mi hanno messo una certa tensione...sarà il tono della tua prosa ma la prima sera in cui ho letto Senza Fine ho fatto fatica a prendere sonno... :-)

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La terza via.
(Just the way I'm feeling)

spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 3 marzo 2010 - ore 23:14


Perchè ho riflettuto sulle cose da salvare in questi tempi scellerati. Non è che mi sia venuto in mente niente che non fossero i rapporti umani. L'unica, vera cosa da dare la vita pur di preservarli. Sono la cosa più preziosa. L'unica che possa permetterci di andare avanti, di sperare in qualcosa di migliore.
Sono un pessimista di natura, lo sono sempre stato. Da quando, da piccolo, viaggiando in macchina coi miei, rigorosamente in piedi da dietro tra i due sediolini, fantasticavo sull'andare dritto a una curva dell'autostrada e volare di sotto al cavalcavia con l'auto piena di tutta la mia famiglia, me compreso. Eppure, a questa stramberia infantile, oggi ribatto con racconti e storie di violenza estrema come pure lancio a me stesso una visione positiva che è tutto dire. La lancio proprio attraverso queste righe: il pensiero delle persone con cui scambio attimi della mia vita durante la giornata. Amori, amicizie, rapporti professionali, conoscenze tangenziali e divine invocazioni; tutto quello che fa di me una persona migliore nella compenetrazione dell'altro. Ogni volta che allungo una mano per stabilire un contatto, accarezzare, stringere o anche dare uno schiaffo, lo faccio con profondità, cerco di andare a fondo al gesto, perchè niente può ripagarmi più di un ponte tra due corpi, su cui far transitare anime e sogni e illusioni.
Così, fantastico sul fatto che esista una terza via, quella tra l'amore e l'odio, che non ha nome ma solo sostanza. Che si manifesta solo in mezzo a quei due estremi, quando l'equilibrio è perfetto e tutto resta intatto ad oscillare. Mentre mi stupisco di poter rompere qualcosa alle volte, più forte è la voglia di rimettere insieme i lembi. Qualcuno ha detto che su questa terra le cose si possono risolvere o giù di lì. Ci credo, davvero.
Questo scritto è dedicato a tutti quelli cui voglio bene, in special modo due persone a me care, pezzi della mia carne, che stanno attraversando un momento difficile e che vorrei sollevare da ogni fatica con la forza di un solo lato del mio cuore.
I Feeder sono dietro di me, non può andare tutto così male, impossibile dico io.
In fondo è solo il modo in cui sto provando qualcosa.

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Con la faccia contro la pioggia (parte II).
spedito da: Andrea
Data: sabato, 13 febbraio 2010 - ore 16:48



Stamattina mi sono recato a pagare dei documenti, poi sono tornato a casa e sono sceso in garage; dopodichè ho fatto una telefonata e sono uscito di nuovo per andare da un meccanico.
Commissioni qualunque, se non fosse che sono tutte concatenate da un unico scopo. E, chiuso questo filone, si passa alla fase successiva. Ho avuto un sussulto, come hai vecchi tempi. Che bello sentirsi nostalgici e provare l'emozione lunga del ricordo che ha tutte le potenzialità per uscire dalla dimensione passata e ritornare, ai giorni nostri, per vestirsi di presente e regalare ancora gloria.
Signori, questo è un altro passo. Ne seguiranno altri. La strada è segnata ed io ho intenzione di andare fino in fondo.
Anche se oggi non piove e la giornata è molto gradevole, alzo comunque gli occhi al cielo perchè è lì che voglio guardare tra qualche mese, ricordando queste battute di tastiere e le emozioni che per ora posso solo ricordare-immaginare.

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Pensieri inopportuni.
spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 10 febbraio 2010 - ore 22:36


Dopo l'ennesima telefonata avuta con una persona e poi prima ancora con un'altra e ieri addirittura un intero pomeriggio a discutere per conoscere, per poi finire di nuovo al telefono in serata, di nuovo emerge quella voglia comune a tutti gli esseri umani, me compreso, al diritto ad un po' di pace guarnita di felicità; quella capacità che non chiede sforzo, quella possibilità che accetta crepe, piccole o grandi non importa, purchè regga. Nessuna intenzione al confronto, men che mai allo scontro, soprattutto quello che porta conseguenze già note. Nessuno sforzo perchè le energie devono essere spese e alla fine, quello che si rischia è che ci si senta incredibilmente stanchi, ogni oltre ragionevole previsione. E chi è che vuole stancarsi fino a sfinirsi? chi? La risposta è: nessuno. E allora si accetta, si adatta, si forgia, si spera, si spegne tutto e si va a casa. Tutto pur di non scendere nell'arena delle umane miserie, a far valere un proprio punto di vista, un proprio essere, un proprio sentimento. Tutti da ammirare, per carità, ma tutti, irrimediabilmente, preda della stessa paura che inchioda le ossa: rimanere lì, nel pantano a tentare di tirarsi fuori col rischio che più ci si muove, più si affonda.
Mi chiedo se è da accettare il fatto di sentirsi già pronti a certi discorsi o a certe passeggiate o a certe letture. Secondo me, oltre i trentacinque, qualcosa puoi pur dire d'aver imparato; poco quanto si vuole rispetto alla mole potenziale di un'esistenza, ma pur sempre qualcosa.
Cosicchè restano strade acciottolate, vicoli stretti, macchine che smaniano per investire, nastri autostradali, bit al telefono e cerchi narrativi che si chiudono.
Potrebbe essere bello nella sua sufficienza, orrendo nella sua totalità.
Questo è uno scritto che sentenzia, come quelli che scrivevo anni fa e che facevano girare le palle a molti. Vedetelo come un omaggio al passato, come un modo per prendere distanza.
Perdonatemi, vi prego.

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Esperimento su sonata al chiaro di luna.
spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 3 febbraio 2010 - ore 23:56



Non c'era niente di sbagliato in quel viale. Nè il fatto che piovesse, lento e costante e sottile, nè le foglie marce e incollate al selciato, nè il vento che smuoveva i rami dei platani intorno a me e lungo il marciapiede.
L'errore, se mai di errore si poteva parlare, era dentro di me, dentro quest'uomo dai capelli svolazzanti e la barba rada su un volto smunto e tirato, senza un senso apparente in tasca, nè una vista lunga oltre l'orizzonte. Avevo solo la percezione della linea della strada che curvava in fondo e portava chissà dove.
C'era lei, il suo attendere disarmante e annunciato, fiera e composta, fragile e commossa. Lì, in piedi sul limitare di un arrivederci che proprio non aveva il coraggio di diventare un addio. Perchè il senso di irreversibilità non lo dava neanche il passare delle stagioni e le condizioni atmosferiche del momento.
La distanza era tale da riempire lo spazio con tutti i nostri pensieri, le promesse fatte a fatica, sincere ma enormi per i nostri cuori giovani. E così ad un tratto c'era di tutto là fuori, a bagnarsi con le gocce di pioggia. Lacrime non ce n'erano perchè si piangeva dentro, cercando di capire le ragioni di quel momento; ragioni inutili, nella genesi e nello scopo. Semplicemente la fede nello scorrere del tempo e delle vite e un enorme drappo di malinconia su tutto ciò che eravamo stati e che eravamo in quel momento.
Tutta l'oscurità della notte, le braccia conserte, il passo svelto e il capo chino, i sospiri dietro un vetro, l'angoscia del volo libero e gli artigli della consapevolezza del momento piantati dentro, in profondità nelle carni, fino a raggiungere il cuore.
A lacerarlo quel tantino da lasciarci la ferita che cicatrizzerà con esasperante lentezza.
Da qualche parte, pensai alzando gli occhi al cielo carico di scuro, ci sarà un sorriso che restituirà armonia. E lei era ancora là, in fondo a tutto, fiera e composta, fragile e commossa.

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Esercizio #5
spedito da: Andrea
Data: lunedì, 1 febbraio 2010 - ore 21:53



“Ehi Andrea” fece mia madre accovacciandosi per parlarmi meglio. Lo faceva sempre quando la cosa era solenne. Io avevo sei anni e lo capivo già.
“Questa’anno andiamo una settimana al mare, io, tu, papà e la sorellina” mi disse entusiasta. Era la prima volta per me. Io esplosi di gioia proiettandomi di botto dai muri della mia stanza alla spiaggia, il mare, i secchielli e tutto il resto. Non stavo più nella pelle e così stetti per i due mesi che mi separarono dalla partenza. Fu tutto magico fino al primo giorno, quello dove il papà mi portò dove il pedalò lontano dalla riva.
“Guarda Andrea” disse un attimo prima di lanciarsi come un Dio greco nell’acqua e scomparire di botto. Fui assalito dal panico. Dov’era finito? Perché d’un tratto stare così lontano dalla spiaggia mi terrorizzava? Quel tappeto blu era un nemico all’improvviso. Poi mio padre emerse ridendo e mi fece cenno di buttarmi. Non mi ero ancora lanciato dove non toccavo. Lo guardai, per attimi interminabili, mentre il sole bruciava e la tavola era una tavola d’azzurro e mio padre sorrideva paziente e mi diceva “dai su” facendomi segno con la mano di non aver paura. E poi chiusi gli occhi e saltai. E fu come l’abbraccio di una persona fidata, come il calore e l’affetto che ti dà un amico. Mai più mi spaventò il mare, mai più, fu solo quell’attimo di iniziazione. L’ho avuto complice quando persi la verginità con Silvia sulla spiaggia di Cirò, coperti solo dalle stelle; l’ho avuto contro quando si prese Gigi, troppo sicuro di se, a discapito dei suoi diciotto anni, in un agosto di tanti anni fa col cielo color lavagna. Mi ha portato da una parte all’altra, quella distesa d’acqua salata. Ma non mi ha mai tradito. Ha sempre fatto quello che doveva, secondo la sua natura. Anche oggi che tiro su l’ennesima rete poco a largo da questo lembo di terra salentina, con mia moglie che mi aspetta a casa e le giornate che si allungano di nuovo.

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A un certo punto.
spedito da: Andrea
Data: sabato, 30 gennaio 2010 - ore 14:40


Tornavo da fare la spesa, gesto semplice, terapeutico.
Un attimo prima di mettere la freccia per entrare nella strada dove abito.
Istintivamente cambio stazione alla radio. Metto Virgin Radio, c'è Just Breathe con il buon Eddie che fa il fingerpicking alla chitarra e mi strappa un sussulto, per vari ragionamenti che vado facendo ultimamente sulle strategie comunicative che passano attraverso linguaggi alternativi ai dialoghi in presa diretta tra esseri umani che hanno qualcosa da recriminarsi.
Guardo alla destra e c'è questa scena fantastica: una mamma con tratti latinoamericani che inizia a correre tenendo per mano quella che (probabilmente) è sua figlia. Ridono entrambe e la bambina ha la treccia, di quelle fatte con cura, pazienza e dedizione che solo l'amore materno può produrre. E quella treccia dondola da una parte all'altra mentre corrono in questo secco pomeriggio di un sabato qualunque di una vita eccezionalmente qualunque, lenta e fluida, onesta.
Io svolto e mi immetto nella mia strada con un sorriso ebete stampato in faccia, pensando a come i sentimenti amorosi siano balsamo e veleno allo stesso tempo, lenitivi e corrosivi senza vie di mezzo. E, non chiedetemi il motivo, ma ho fatto questo collegamento. Come una colomba che si libra in volo nel cielo azzurro, nel solo fruscio delle ali che sbattono e un perfetto silenzio intorno. Un attimo prima che una bomba esploda nel fragore più totale.
E il buon Eddie andava ancora che era un piacere. E questo deve far riflettere, chissà perchè poi.

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Esercizio#4 - Mi ricordo l’odore d’urina in un vicolo.
spedito da: Andrea
Data: venerdì, 29 gennaio 2010 - ore 0:23


Ho fatto merenda con foga; gli altri mi stavano aspettando, lo sapevo. Mi madre mi ha guardato a braccia conserte fino a che non ho ingoiato tutto il frullato.
“Stai attento con quel muro, lo so che vi arrampicate sai?” ha detto mentre la salutavo e uscivo di casa tutto eccitato. Il caldo estivo del tardo pomeriggio mi ha avvolto di colpo una volta fuori dal portone fresco e in ombra.
Siamo tutti lì. Luigi e Stefano hanno le spade di legno fatte con le assi delle cassette della frutta e ce l’ho pure io. Nunzia e Laura sono le principesse da salvare.
“Fate il giro e andate su” dico loro indicando la sommità del muro in fondo al vicolo, dove c’è l’aiuola e dove loro si faranno salvare.
“Luigi” dico al mio amico, “tu fai il cattivo oggi e vai su anche tu, io e Stefano verremo a combattere per le principesse”.
Questo è il nostro gioco ed è bellissimo; ho la gola secca e il cuore che sbatte in petto. Vedo il labirinto che fanno le auto e i bidoni dell’immondizia e i muretti di contenimento del terrapieno. Luigi, Nunzia e Laura sono già andati a posizionarsi. Io guardo Stefano, gli dico:”pronto?” e lui annuisce con forza, già sudato per l’emozione e per il fatto di essere con me in questo viaggio fantastico.
“Andiamo” dico lanciandomi in mezzo alle auto. Corriamo e gridiamo cose come “dobbiamo attraversare il labirinto magico e poi superare la porta dei mondi” e anche “se incontri i draghi sputa fuoco li infilziamo con le nostre spade!”. Cose così, da bambini. Poi d’un tratto arriviamo davanti al vicolo e faccio segno a Stefano di acquattarsi. Ci sono due ragazzi grandi, uno maschio e uno femmina che ridacchiano e fanno “ssss” entrando nel vicolo di corsa tenendosi per mano. Il vicolo è cieco ed ha un muro in fondo fatto di mattoni forati; e lì che ci si arrampica per raggiungere le principesse.
Io e Stefano ci avviciniamo per guardare; mi giro facendogli segno di stare zitto. Dopodichè ci affacciamo. La puzza acida di pipì ci investe immediatamente. La ragazza è con la faccia al muro mentre il ragazzo la sta spingendo da dietro con colpi precisi, rozzi e senza dolcezza. Hanno i pantaloncini alle caviglie e noi stiamo lì a guardarli per minuti prima che i due se ne vadano mentre io resto stranito per quello che ho visto. “Non capisco” penso mentre scalo il muro di mattoni; guardo giù e vedo le macchie d’urina contro il muro, bucce di banane nere su latte di coca cola ammaccate. Stefano mi guarda e dice:”vai su dai!” mentre io infilo le dita nei buchi di cemento grezzo graffiandomi. Pesto un ragno con un indice, un altro scappa lungo una ragnatela mentre il sudore cola sulle tempie e sulla schiena.
“E’ sbagliato” sussurro col cuore a mille ripensando a quello che ho visto. “E’sbagliato” ripeto col tanfo di pipì reso insopportabile dal calore. E d’un tratto sono su con Luigi che, gridando, parte all’attacco.
“Mamma mi picchia se lo sa” realizzo di colpo anche se non avrei da temere nulla. Io non ho fatto niente.
E parto all’attacco anch’io ma non più così felice come qualche minuto prima.

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Esercizio#2: Mi ricordo.
spedito da: Andrea
Data: martedì, 26 gennaio 2010 - ore 20:29


Mi ricordo il vento d’estate di notte sulla sommità di una torre.
Mi ricordo la paglia pungere le gambe.
Mi ricordo l’odore d’urina in un vicolo.
Mi ricordo le unghie di un gatto nella schiena.
Mi ricordo il primo contatto di labbra.
Mi ricordo la paura cristallina.
Mi ricordo una gioia incondizionata da una stringa di bit.
Mi ricordo il sudore e la pioggia.
Mi ricordo la condensa sui vetri della cucina.
Mi ricordo una scarpa slacciata.
Mi ricordo un fazzoletto di mia madre.
Mi ricordo il muro ruvido di un cimitero.
Mi ricordo un pianto che non potevo fermare e una mano che tentava conforto.
Mi ricordo il cuore che accelera sul crinale di una collina.
Mi ricordo la prima telefonata in inglese.
Mi ricordo la mia prima bicicletta volare oltre un masso.
Mi ricordo un gesto atletico condiviso magnificamente.
Mi ricordo il primo scritto.
Mi ricordo di un uomo a bordo strada con una cartella sottobraccio.

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Esercizio#1: Ho da dire.
spedito da: Andrea
Data: giovedì, 21 gennaio 2010 - ore 22:30


Ho da dire di un padre che diventa figlio e di un figlio che diventa padre.
Ho da dire di donne che insegnano l’amore e di uomini che non vogliono imparare.
Ho da dire degli stick agli ormoni per gonfiare le labbra.
Ho da dire di una madre che pulisce il moccolo del figlio.
Ho da dire di uno sguardo su una pista d’aereo un attimo prima del decollo.
Ho da dire della perfezione abulica di un nudo di donna.
Ho da dire di un bar squallido su un’altrettanto squallida provinciale.
Ho da dire di un ragazzo sfregiato troppo presto.
Ho da dire dell’avidità umana che tutto travolge e tutto giustifica.
Ho da dire dell’immagine e del concetto astratto al servizio del commercio.
Ho da dire di una semiautomatica usata nella mia città.
Ho da dire dei segreti e del “servizio” per gestirli al meglio.
Ho da dire di un androne del Vomero a Napoli.
Ho da dire del liberatorio senso della violenza.
Ho da dire di un uomo di colore che fuma crack sotto una quercia.
Ho da dire di montagne di frutta da smaltire.
Ho da dire dei pensieri un attimo prima della fine.
Ho da dire di una riconoscenza negata.
Ho da dire di un sistema matematico governato da equazioni non lineari.
Ho da dire dell’effetto farfalla.
Ho da dire di chi dice troppo.

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Senza Fine
spedito da: Franco
Data: giovedì, 14 gennaio 2010 - ore 14:26


All’altezza della morte dal punto di vista estetico, seminare in fertili terreni alterati.
Asimmetria dello sviluppo dell’apprendimento.
Malaffare, malasanità e malatutto.
Cervellone con possibilità di utilizzi alternativi, abbraccio corrotto della notte delirante e lento rimbalzo delle conseguenze.
Risoluzioni estreme della memoria, faccia grezza di faccia più raffinata.
Il diavolo sa tutto, prima di tutti.
Oltrepassare l’inerzia da transitorio. Qual è lo scopo della tua vita?

Parole e frasi, liberamente estratte e interpretate, da un romanzo notevole per forma e per sostanza.
In molte pagine si percepisce una considerevole ideazione espressiva, in diversi argomenti si avverte preparazione specifica e proprietà di linguaggio.
Capacità di osservazione, ricerca e studio delle materie narrate. Intersezione e contrasto, senza incontro, tra maquillage della madre, malattia del figlio e affari paterni.
Alcune situazioni volutamente forzate, con inverosimili connessioni e fattori irrazionali.

Scandinavia, 4 gennaio 2010.

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I vetri appannati.
spedito da: Andrea
Data: mercoledì, 13 gennaio 2010 - ore 22:29


C'era un tempo in cui guardavo i vetri appannati di fine ottobre. Perchè ottobre non ci giurerei ma sono abbastanza convinto che possa essere quello il mese. C'erano programmi diversi nel preserale, che a quei tempi significava il film della sera alle venti e trenta; non c'erano tutte queste cazzate di oggi che ti "trainano" fino alle ventuno e trenta e tu sei già spompato e stai a pensare che il giorno dopo sempre alle sette devi svegliarti. C'hanno fregato, perchè di mattina è sempre quello ma la sera ti allungano il brodo perchè prima che rientri a casa dopo il traffico e tutto il resto e ti fai da mangiare e ti siedi bè, le ventuno e trenta sono di sicuro.
Io avevo fatto i compiti il pomeriggio e quindi alla sera potevo guardare la tivvì con mia mamma e ci facevano grosse risate su alcuni film comici come "Vagon lits con omicidi" (non so perchè io ricordi questo) con Gene Wilder.
Ma ciò che contavano erano i vetri. Con quella condensa che non ti faceva vedere fuori. Ed io pensavo che potevo starmene al caldo di casa mia senza pensare a niente là fuori tanto neanche vedevo. In fondo era un modo per immaginare e immaginarsi, sebbene bambino, con tutta l'innocenza che mi proteggeva dalla merda della vita da adulto. Così stavo sempre in cucina e mia mamma non se ne accorgeva neanche di questa mia fissa dei vetri. Intanto io stavo lì, al caldo, a farmi grandi viaggi con la fantasia mentre gli aromi della cena si spargevano nell'aria ferma della cucina. I vetri, freddi e bagnati, gli stessi vetri che oggi proteggono chissà chi. Che a me piaceva fissare, per minuti interi.
Oggi, se c'è condensa, probabilmente ci passo la mano sopra, perchè devo vedere cosa c'è al di là, cosa c'è fuori.
Sta tutto qua il senso di questo ricordo.

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Sull'orlo, sul filo, sul bordo.
spedito da: Andrea
Data: martedì, 5 gennaio 2010 - ore 13:50


Anni fa ero sdraiato sulla pancia strisciando fino all'orlo di un burrone che dava sul mare. Ero in Scozia, nel pieno delle Highlands, avevamo camminato io e Mix per una mezz'ora prima di arrivare a quel crinale. Vi dico che era affascinante e morbosamente attraente il fatto che tu avessi quest'orlo frastagliato come se avessero tagliato la terra con una forbice arrugginita. Tutto si fermava di botto, un attimo prima l'erba e i fiori e l'erica, un attimo dopo il vuoto. E che vuoto. Stavo talmente in alto che tutto sembrava così lontano come un paesaggio artificiale di un trenino. Una barchetta andava stanca scoppiettando e le onde sciabordavano senza che io potessi sentirle. Tutto blu, sopra e sotto, mare e cielo, terra ed erba, verde e roccia e una calma, ragazzi una calma che ho raramente provato in vita mia in altre occasioni. Dopodichè mi sono girato di schiena con la testa a penzolare nel vuoto, fissando le nuvole sbiancate che sembravano spruzzi di panna su un piatto azzurro. Mix era al mio fianco e sembrava che niente potesse toccarci e farci male. Soprattutto, non credevo che io avrei mai potuto fare del male, ero così arrogante e sulla difensiva che pensavo solo a prenderle. E invece oggi conto gli attacchi che porto a termine, le rovine che lascio e la capacità distruttiva come un re Mida al contrario. Non mi pare possibile, non ci credo ancora, mi racconto ancora una volta bugie. Mentre penso ai vetri appannati di fine ottobre.
Ma questa è un'altra storia.
Hai una possibilità e puoi perdere.
Non la afferri e hai già perso.

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